La struttura profonda della caldera dei Campi Flegrei, uno dei sistemi vulcanici più monitorati al mondo, sta diventando sempre più leggibile grazie alle tecniche avanzate di sismologia passiva. Un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports (Nature), coordinato da Víctor Ortega-Ramos dell’Istituto vulcanologico delle Canarie e con la partecipazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha ricostruito una porzione cruciale del sottosuolo utilizzando le onde generate da terremoti lontani, registrate tra il 2016 e il 2022.
L’area flegrea, a ovest di Napoli, è sede di un sistema vulcanico complesso e attivo, caratterizzato da fenomeni di bradisismo e da una sismicità superficiale che negli ultimi anni ha mantenuto alta l’attenzione della comunità scientifica e della popolazione. In questo contesto si inserisce anche la scossa registrata giovedì nell’area, un ulteriore segnale della dinamica ancora in atto della crosta superficiale, sebbene lo studio appena pubblicato si concentri su scale di profondità molto maggiori.
Una “ecografia” della Terra profonda
La metodologia adottata dai ricercatori si basa sull’analisi delle onde sismiche generate da terremoti distanti migliaia di chilometri. Quando questi segnali attraversano il pianeta, subiscono trasformazioni dovute alle variazioni di densità, composizione e stato fisico delle rocce incontrate lungo il percorso. Come spiegato da Víctor Ortega-Ramos, queste onde “vengono riflesse e convertite” in corrispondenza delle principali discontinuità del sottosuolo. L’analisi di tali variazioni consente di ricostruire una sorta di immagine tridimensionale dell’interno della Terra, simile a un’ecografia su scala planetaria. Nel caso dei Campi Flegrei, la rete sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha permesso di raccogliere un dataset particolarmente ricco: oltre 5.000 segnali sismici, sufficienti a ottenere una risoluzione senza precedenti della struttura profonda della caldera.







