Oggi sblocchiamo lo smartphone con il volto o l’impronta digitale, ma domani potrebbe bastare semplicemente il nostro battito cardiaco. Ne è convinto un gruppo di ricercatori cinesi, australiani e danesi di diverse facoltà universitarie, fra cui Soochow University, Aalborg University e Macquarie University, che ha appena pubblicato uno studio scientifico.
che prova a rispondere a una domanda apparentemente banale: “E se il dispositivo che già indossiamo nelle orecchie tutti i giorni potesse riconoscerci dal modo in cui ci batte il cuore, senza che noi facciamo nulla?”.
Il sistema si chiama AccLock e sfrutta un componente che ormai si trova nella maggior parte degli auricolari bluetooth, l'accelerometro, per leggere le micro-vibrazioni che il cuore produce a ogni battito e che si propagano attraverso le ossa fino al condotto uditivo. L'idea è trasformare l'auricolare in una chiave biometrica continua, capace di verificare che a indossarlo sia ancora il legittimo proprietario.
Perché le soluzioni attuali non bastano
Oggi l'autenticazione biometrica passa quasi sempre da un’impronta digitale, oppure il riconoscimento facciale o un codice. Tutti metodi che funzionano bene al momento dello sblocco, ma che hanno un punto debole evidente: una volta che il dispositivo è considerato affidabile, lo resta. Se non è settato lo standby a breve termine, chiunque può accedere e lo smartphone o il computer non se ne accorge. Per superare questo limite, la ricerca degli ultimi anni si è spostata sull'autenticazione continua, quella che verifica in background, momento per momento, che la persona attiva sul dispositivo sia sempre la stessa.







