Strappare qualche margine di flessibilità per aumentare le spese contro il caro-energia, ma al tempo stesso non allentare troppo la cinghia per provare a uscire dalla procedura per deficit eccessivo in autunno. È il sentiero stretto lungo il quale si muove il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, a un passo che lui stesso ha definito in modo molto curioso: quello dell’alpino lettone. Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui. *IL SENTIERO STRETTO* Oggi sono a Nicosia, la capitale di Cipro, dove si è appena conclusa la riunione informale dell’Eurogruppo, l’organismo che riunisce i ministri delle Finanze dell’Eurozona. Giorgetti è tornato alla carica con la richiesta italiana di estendere alle spese contro il caro-energia la clausola di salvaguardia già prevista per le spese militari. Ossia la proposta contenuta nella lettera che la premier Giorgia Meloni ha scritto alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Ma non è andata benissimo. Al vertice ha partecipato anche la presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha ricordato la regola “delle tre T”. Di cosa si tratta? Lo ha spiegato lei stessa: “Abbiamo discusso della risposta fiscale allo shock dei prezzi dell’energia e ho sottolineato che le misure fiscali dovrebbero essere conformi ai princìpi delle “tre T”: temporary, targeted and tailored (temporanee, mirate e su misura, ndr)”. Poi ha lanciato quello che è sembrato un avvertimento chiaro al governo italiano: “Qualsiasi deviazione da questi tre princìpi sarebbe effettivamente dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria”. Un concetto poi ripreso da Kyriakos Pierrakakis, il ministro greco che presiede l’Eurogruppo. “Dobbiamo sostenere i più vulnerabili, ma al tempo stesso le nostre azioni non devono essere controproducenti. Le nostre azioni in materia di politica fiscale non devono contraddire la politica monetaria della Bce”. Ma quanti sono i Paesi che in questo momento insistono per introdurre margini di flessibilità? Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha ammesso che “l’Italia è il Paese che, per così dire, chiede in modo più costante ulteriore flessibilità”. Al termine della riunione ministeriale, scattata la foto di rito, Giorgetti si è intrattenuto con Dombrovskis per un nuovo bilaterale. “Ormai vedo più spesso lui che Crosetto” ha scherzato il ministro delle Finanze, riferendosi al collega, titolare della Difesa, che lo sta pressando per attivare al più presto i prestiti del fondo “Safe” che servirebbero per aumentare le spese militari. E come procedono questi negoziati con la Commissione? “Al passo dell’alpino lettone” ha risposto con una battuta Giorgetti, riferendosi alla nazionalità del commissario e lasciando intendere che la trattativa avanza con passi lenti e pesanti. Proprio come quelli delle penne nere. Il sentiero lungo il quale Giorgetti si muove al passo dell’alpino lettone è piuttosto stretto perché da un lato c’è la necessità di rosicchiare qualche margine di flessibilità alla Commissione europea e dall’altro la speranza di uscire dalla procedura in autunno. Teoricamente le due cose non sembrano compatibili, ma il ministro – interpellato sul punto – ha fatto capire di volerci provare su entrambi i fronti. Giovedì 21 maggio la Commissione europea ha presentato le sue stime economiche di primavera, dalle quali sono emersi quattro messaggi principali. Il primo è che la guerra in Medio Oriente sta rallentando la crescita nell’Unione europea (+1,1% del Pil) e soprattutto nell’Eurozona (+0,9%), oltre a far salire l’inflazione (3,1% nell’Ue e 3% Eurozona). Il secondo è che non c’è una recessione all’orizzonte. Anche nello scenario più negativo, la Commissione stima una crescita dello 0,7% per quest’anno e anche per il prossimo. E senza una recessione non è ovviamente possibile sospendere le regole del Patto di Stabilità. Il terzo è che l’Italia è il Paese che cresce meno di tutti: soltanto 0,5% nel 2026 e 0,6% nel 2027. Quest’anno sarà il dato più basso dell’Eurozona (fatta eccezione per l’Irlanda che però merita un discorso a parte perché nel 2025 ha avuto una crescita del 12,5%, gonfiata dal boom delle esportazioni farmaceutiche verso gli Stati Uniti) e l’anno prossimo il più basso in assoluto nell’intera Unione. Il quarto è che il deficit, secondo le stime della Commissione, resterà sotto la soglia del 3% sia quest’anno che il prossimo (in entrambi i casi al 2,9%). Questo vuol dire che, qualora Eurostat rivedesse al ribasso il deficit del 2025 in seguito a un ricalcolo delle spese per il Superbonus, per l’Italia si aprirebbe la possibilità di uscire dalla procedura. Ma ovviamente, per far sì che questo scenario si materializzi, l’Italia dovrebbe tenere a bada il deficit nel 2026. E come è possibile raggiungere questo obiettivo se al tempo stesso si chiede alla Commissione la possibilità di sforare? L’ho chiesto al ministro mentre usciva dall’Eurogruppo. “La domanda è di una complessità enorme” ha risposto Giorgetti, sottolineando che si tratta di “stime”, ma lasciando intendere che il governo va avanti in quella direzione. Al passo dell’alpino lettone. *TV, SORRISI E SANZIONI* Dopo l’incredibile video in cui si vede un sorridente ministro israeliano, Itama Ben Gvir, umiliare in modo “infimo” (copyright Sergio Mattarella) gli attivisti della Freedom Flottilla, intercettati illegalmente in acque internazionali, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha chiesto all’Unione europea di sanzionare l’esponente del governo Netanyahu. L’Alta Rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, aveva già proposto di inserire Ben Gvir e Bezalel Smotrich nell’elenco delle sanzioni Ue nel settembre scorso, al pari di alcuni coloni violenti. Ma per farlo serve l’unanimità e alcuni Stati membri si sono opposti. L’allora governo ungherese di Viktor Orban aveva messo il veto sull’intero pacchetto, ma dietro il “no” di Budapest si erano nascosti altri Paesi. Nelle scorse settimane, il nuovo esecutivo ungherese guidato da Peter Magyar ha dato il via libera alle sanzioni contro i coloni violenti, ma dall’elenco sono stati tolti i due ministri estremisti su richiesta di diversi governi. Germania e Repubblica Ceca si erano dette contrarie e a quanto pare non sarà semplice convincerle a cambiare decisione, nemmeno di fronte a quel video che ha fatto indignare la stragrande maggioranza delle cancellerie europee. Se ne parlerà alla prossima riunione dei ministri degli Esteri. *LA NORIMBERGA DI PUTIN* Trentasei Paesi hanno annunciato formalmente la loro intenzione di partecipare all’istituzione di un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa (che non è il Consiglio europeo e nemmeno il Consiglio dell’Unione europea, anche perché si tratta di un’organizzazione che non ha nulla a che fare con l’Ue). L’iniziativa, che nelle intenzioni dei promotori potrebbe trasformarsi nella “Norimberga di Putin”, era stata avviata in un primo momento con il sostegno americano. Ma poi l’amministrazione Trump si è tirata indietro. Anche alcuni membri del Consiglio d’Europa si sono tirati indietro e persino alcuni Stati dell’Unione europea. Qui ti spiego chi sono e perché la Corte penale internazionale non basta, ma è necessario istituire un Tribunale ad hoc. *IL CASTING* Da quando Vladimir Putin ha aperto alla possibilità di riattivare i canali diplomatici con i partner europei, la Bolla di Bruxelles si è subito esercitata in uno dei suoi sport preferiti: il toto-nomi. Chi sarà il mediatore o la mediatrice, incaricato/a di parlare con il Cremlino per conto dell’Unione europea? Nei giorni scorsi ha fatto molto rumore un articolo del Financial Times nel quale si dava conto di alcune possibili opzioni di cui si discute nei corridoi di Bruxelles. C’è Angela Merkel, che martedì è tornata nell’Aula di Strasburgo per ricevere l’Ordine europeo al Merito, e la cui eredità politica deve fare i conti proprio con le critiche per la sua linea nei confronti di Mosca, considerata troppo morbida. E poi c’è anche Mario Draghi, il cui nome ormai sta agli incarichi istituzionali a Bruxelles come quello di Giuliano Amato sta al Quirinale. Nomi suggestivi, ma che rischiano di rimanere tali. Si è parlato anche di due finlandesi, il presidente Alexander Stubb e il suo predecessore Sauli Niinisto, che forse sanno meglio di altri come prendere Putin. Ma proprio per questo c’è chi vorrebbe una figura più lontana da Mosca, non solo geograficamente, come il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. C’è però un elemento da tenere in considerazione: il Regno Unito vuole essere della partita e non sembra disposto ad accettare un candidato “dell’Unione europea”, ma piuttosto una figura espressione dell’intero Vecchio Continente. Qualcuno che possa rappresentare la cosiddetta Coalizione dei Volenterosi. Magari di un Paese extra-Ue. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide? L’ex segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg? Nel toto-nomi, per ora, tutto fa brodo. La caccia al candidato ideale prosegue e le discussioni su chi sarà davvero quello giusto andranno avanti ancora a lungo. Tra analisi costi-benefici, valutazioni d’impatto, esami dei curriculum, ricerca di scheletri nell’armadio, litigi, gelosie, sponsorizzazioni e le solite contorsioni tipiche delle trattative europee che spesso rischiano di non produrre nulla di concreto, se non ulteriori crepe. E forse questo è proprio ciò che Putin voleva. *PALETTI SPUNTATI* A quasi dieci mesi di distanza, l’Unione europea ha trovato l’intesa al suo interno per ratificare l’accordo commerciale siglato l’estate scorsa con gli Stati Uniti. L’Ue appresta ad azzerare i dazi su tutti i prodotti industriali americani e a garantire un accesso preferenziale al suo mercato per una larga parte di prodotti ittici e agricoli statunitensi (comprese le aragoste), in cambio di un dazio massimo del 15% da parte Usa sulle merci Ue. Ora manca solo il via libera finale da parte dell’Europarlamento, che arriverà durante il mese di giugno. Giusto in tempo per rispettare l’ultimatum del 4 luglio fissato dal presidente americano. “Non abbiamo ceduto al ricatto di Donald Trump” ha sottolineato il relatore del provvedimento, il socialdemocratico tedesco, Bernd Lange. In realtà, alcune delle linee rosse fissate dagli eurodeputati sono saltate: nel testo finale non ci sono né la clausola di attivazione legata ai prodotti contenenti acciaio e alluminio né la clausola di sospensione legata a questioni “geopolitiche”. La disputa sui prodotti derivati da acciaio e alluminio è stata di fatto rinviata a fine anno: se entro il 31 dicembre gli Usa non avranno ridotto il livello dei dazi al 15% (oggi arrivano fino al 50%), la Commissione potrà sospendere l’intesa. C’è una data di scadenza dell’accordo, ma non è quella che volevano gli eurodeputati. L’Europarlamento aveva proposto il 31 marzo 2028, vale a dire prima della scadenza del mandato di Trump. Ma per non indispettire la Casa Bianca si è deciso di fissare il 31 dicembre 2029. *L’HOBBY DEL TABACCO* Il mese scorso ti avevo parlato della protesta di alcuni eurodeputati svedesi contro il divieto di consumare i sacchetti di nicotina introdotto dal governo francese. Ora la Commissione ha deciso che è arrivato il momento di mettere mano alla direttiva sui prodotti da tabacco e quella relativa alla pubblicità per uniformare le norme a livello europeo. L’intenzione è di estenderne l’ambito di applicazione anche ai prodotti “di nuova generazione”, come le sigarette elettroniche, i dispositivi di riscaldamento del tabacco o le buste da nicotina tanto amate dagli svedesi. La proposta legislativa arriverà a fine anno, ma nei giorni scorsi la Commissione ha lanciato una consultazione pubblica online. Tutti i cittadini potranno dire la loro e c’è tempo fino al 15 giugno. A oggi, più di 1.400 persone lo hanno già fatto. Le statistiche provvisorie dicono che i contributi più numerosi stanno arrivando dalla Spagna e dalla Polonia. Nel 91% dei casi si tratta di semplici cittadini, anche se spesso dietro i messaggi si nascondono le lobby del tabacco che sono già sul piede di guerra. Buon weekend e alla prossima settimana! Se pensi che questa newsletter possa interessare ai tuoi amici o colleghi, inoltrala pure. Se invece hai segnalazioni, suggerimenti, domande oppure critiche, scrivimi a marco.bresolin@lastampa.it
Giorgetti e il sentiero stretto dei conti: “Io e Dombrovskis al passo dell’alpino lettone"
Il nuovo numero della newsletter che aiuta a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi…












