Redazione
22 maggio 2026 09:52
Lo scheletro di "Bucky", un Tyrannosaurus esposto al museo nazionale di Tokyo
Il T. Rex deve la sua fama alla mole colossale, e a due caratteristiche anatomiche uniche: il cranio gigantesco, e le braccine minuscole. Due arti pressoché vestigiali, che regalano un tocco di comicità a quello che è altrimenti stato il più terrificante predatore del Cretaceo. Come nascono? Ce lo spiega una ricerca dello University College London e dell’Università di Cambridge, che ha analizzato i fattori biologici e biomeccanici che nel corso dell’evoluzione hanno ridotto le dimensioni degli arti anteriori dei T. Rex, e di almeno altri cinque gruppi di antichi rettili preistorici.La correlazione tra cranio e artiLa ricerca ha preso in esame i dati relativi a 82 specie di teropodi, tra cui diversi membri della famiglia dei tirannosauridi (quella di cui faceva parte anche il T. Rex). I risultati, pubblicati sui Proceedings of the Royal Society B Biological Sciences, evidenziano un legame diretto tra l'accorciamento degli arti anteriori e le dimensioni crescenti del cranio. “È un caso di ‘o lo usi o lo perdi’ – spiega Charlie Scherer, paleontologo dello University College London – perché la testa ha preso il posto delle braccia come metodo di attacco”.L’ipotesi è quindi che il progressivo potenziamento delle strutture craniche in questi antichi rettili, combinato ad un aumento crescente delle dimensioni delle loro prede, abbia gradualmente reso obsolete le zampe anteriori per la sottomissione delle prede, creando un feedback evolutivo che ha spinto verso mascelle in grado di esercitare pressioni distruttive, miniaturizzando al contempo gli arti anteriori, sempre meno utilizzati per la caccia e inutili per la locomozione.Un nuovo metodo di analisiLe conclusioni a cui sono giunti gli autori dello studio nascono da un nuovo sistema di valutazione della “robustezza” dei crani dei dinosauri, basato su parametri come le sue dimensioni, il grado di fusione delle ossa craniche e l'intensità della forza del morso. Dalle analisi è emerso che il Tyrannosaurus rexdetiene il primato per la potenza del morso, seguito dal Tyrannotitan, un grande teropode vissuto nell'attuale Argentina durante il Cretaceo inferiore, circa trenta milioni di anni prima del T. rex. In ognuno degli esempi analizzati, comunque, la maggiore dimensione e robustezza del cranio è risultata associata a dimensioni crescenti delle loro prede. “Cercare di afferrare e trascinare un sauropode di 30 metri con gli artigli non è esattamente l’ideale – sottolinea Scherer – attaccarlo e trattenerlo con le fauci probabilmente era molto più efficace”.Non è solo questione di dimensioniLa ricerca mostra che la correlazione tra la forza del cranio e la riduzione delle dimensioni degli arti anteriori è indipendente dalla stazza complessiva dell'animale. Il fenomeno è infatti visibile anche in specie di dimensioni ridotte, come il Majungasaurus, un predatore che popolava il Madagascar settanta milioni di anni fa: con un peso stimato di circa 1,75 tonnellate, pari a un quinto rispetto a quello di un T. rex, il Majungasaurus presentava comunque arti anteriori atrofizzati.Lo studio evidenzia inoltre che la riduzione ossea è avvenuta con modalità differenti a seconda delle famiglie: gli abelisauridi, come il Majungasaurus, mostrano un accorciamento marcato dell'avambraccio e della mano, mentre nei tirannosauridi la diminuzione è stata proporzionale, colpendo anche la parte superiore delle braccia. Se cerchiarmo un primatista, infine, il livello massimo di atrofizzazione è stato registrato nel Carnotaurus: “Aveva braccia ridicolmente piccole – conferma Scherer – perfino più piccoli di quelli del T. rex”.












