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Chiara Daina

L'ingegnere genovese in pensione e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni. «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato»

«E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’Italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’Associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa - che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».