La trappola di Tucidide è diventata l’equivalente geopolitico della hit dell’estate: un tormentone che si incolla in testa anche quando non vuoi. Il ritornello è facile da imparare e va di moda da 2500 anni: quando una potenza emergente sfida quella dominante, la storia tende a finire in guerra — quasi sempre vinta dal nuovo arrivato. A riportare in auge il grande classico strategico è stato proprio Xi Jinping nell’incontro con l’amico Donald a Pechino. Ora ne parlano tutti. Editorialisti, think tank, strateghi da podcast e talk show con tanto di planisferi e classicisti pescati all’ultimo minuto. Il motivetto, del resto, è di quelli irresistibili: Cina splendida potenza in ascesa, Stati Uniti impero decadente e agonizzante, scontro inevitabile, finale già scritto. Sipario. Tucidide ringrazia e torna a rivoltarsi nella tomba. Perché non è che tutti abbiano davvero colto le implicazioni della citazione.

Da noi in Europa — sempre all’affannosa ricerca dell’ultima chiave di lettura geopolitica disponibile — l’interpretazione è stata pressoché unanime: ecco il monito della Cina austera e visionaria allo scalcagnato impero statunitense in piena crisi di nervi. Attenta, Sparta del XXI secolo: qui si finisce in guerra e la storia ha già cambiato padrone. Una lettura più che plausibile, ma che, come tutti i tormentoni, rischia di consumarsi in fretta. Per capire il sottotesto bisogna ricordarsi che una trappola funziona davvero soprattutto quando qualcuno teme di finirci dentro. E Xi Jinping appare quasi ossessionato dallo storico ateniese. Lo cita già dal 2014: prima con Obama, poi con Biden, ora con Trump e non certo per povertà di riferimenti storici. Ma proprio questa insistenza merita una riflessione ulteriore: che senso ha parlare così spesso della trappola se si è convinti di esserne il cacciatore e non la preda? Perché avvertire il topo della tagliola, invece di limitarsi a fargli annusare il formaggio?