L’ultima inquadratura, che arriva quando il film è finito, con un ragazzo che ride di gusto in faccia agli spettatori, quelli rimasti come si deve sino in fondo e chi sta uscendo è già una leggenda. Lisandro Alonso l’aveva messa a chiudere La libertad (2001) il suo esordio presentato a Cannes venticinque anni fa, al Certain regard, e divenuto un riferimento nel cinema del nuovo millennio, racconto in forma di «walking cinema» che seguiva per una giornata, inquadratura dopo inquadratura, Misael il protagonista, un boscaiolo, nella campagna argentina. E quella risata di fronte alla macchina da presa era un congedo ma anche, o forse soprattutto un controcampo in cui il personaggio cercava un’altra posizione nell’inquadratura, l’eguaglianza e uno sguardo diretto in rapporto al pubblico. Gli chiesero di tagliarla e il giovane regista argentino lo fece per ritrovarla ora in La libertad doble, presentato alla Quinzaine, non un sequel ma un raddoppiamento come suggerisce il titolo, che del primo condivide i luoghi, il personaggio e la memoria (o forse il senso) in quell’ultima immagine, nel riso del protagonista lì giovane che non riconoscendolo subito ci spiazza col suo mistero.
Misael taglia ancora la legna e la raccoglie in una terra che non gli appartiene. Dà da mangiare al cane, si cucina, il tempo è la luce del cielo che passa dall’alba al sole del giorno. Poi accade qualcosa in questo movimento quotidiano: l’uomo va a trovare Micaela, la sorella (Catalina Saavedra) che è schizofrenica, l’ospedale psichiatrico in cui è ricoverata sta per chiudere per mancanza di fondi, i malati vengono spediti a casa con le loro cose in una busta e le medicine da prendere. L’uomo all’improvviso è costretto a condividere la sua solitudine con Mica, a comprendere quei suoi gesti eccentrici, le carezze a un albero, i dialoghi con gli insetti, la sua fragilità rispetto alla percezione di un esterno a lei ignoto. Un altro spaesamento. E poi?














