Trump non è ideologicamente guerrafondaio come Netanyahu, ma pragmaticamente bellicoso quando crede di poter vincere facilmente. Sollecitato e sostenuto dall’alleato israeliano, l’attacco all’Iran rientrava perfettamente in questo schema. Una «guerra a basso costo» per dimostrare forza, umiliare l’accordo nucleare di Obama e ottenere una vittoria rapida e gloriosa.

Ma Teheran ha completamente rovesciato il calcolo. Chiudendo lo Stretto di Hormuz e colpendo gli stati del Golfo Persico, ha trasformato un conflitto «facile» in un’operazione costosissima. Così Trump si trova intrappolato in una situazione complicata. I costi sono diventati insostenibili: non può permettersi una vittoria militare totale, ma non può nemmeno perdere la faccia ritirandosi.

COSÌ OSCILLA tra apocalittiche minacce e promesse di diplomazia, cercando una via d’uscita che assomigli a una vittoria. Mentre la Repubblica islamica tenta in ogni modo di bloccarla e trasformare l’avventura americana nella garanzia della sua sopravvivenza politica, messa a dura prova dalla popolazione poco tempo fa.

Così la possibilità di una risposta militare «senza precedenti» si alterna con l’annuncio di un accordo «a portata di mano». Per ultimo il vice capo di gabinetto della Casa bianca, Stephen Miller, ha avvertito Teheran che si trova di fronte a una scelta: accettare un accordo sostenuto dagli Stati uniti o affrontare conseguenze militari «senza precedenti nella storia moderna». Le minacce irrigidiscono la posizione iraniana e viene stabilito dalla Guida suprema il divieto di far uscire le scorte di uranio arricchito – una delle principali contese – verso un paese terzo.