Federico Faggin, fisico, autore, inventore, imprenditore. Nel 1971 lei progetta l’Intel 4004, il primo microprocessore commerciale al mondo, rendendo possibile la rivoluzione digitale. Allora aveva già la percezione della portata storica?«Ho progettato il primo microprocessore, ma la tecnologia che ha permesso davvero di fare tutte le parti del computer è precedente: la Silicon Gate Technology, che inventai nel 1968 alla Fairchild Semiconductor, attraverso la quale si potevano fare memorie, microprocessori, circuiti analogici di ingresso e di uscita. Un intero computer poteva essere messo in un pezzettino di silicio. Questa invenzione, secondo me, è stata ancora più profonda del microprocessore. Pochi anni dopo era possibile mettere su un chip un intero sistema».Quanto di quella visione ritrova oggi?«Il progresso è stato enorme. Quella tecnologia ha sostituito quelle usate per fare i circuiti integrati e ha portato avanti la digitalizzazione dell’informazione per almeno quarant’anni. Oggi siamo arrivati ai transistor di due nanometri che vuol dire venti atomi in fila. Sono dimensioni incredibili. Non pensavo che saremmo arrivati a questo livello».Con Synaptics lei contribuisce allo sviluppo dei primi touchpad e touchscreen. Ormai passa tutto attraverso il gesto più naturale: il tocco.«Nel 1986 ho creato Synaptics con Carver Mead, professore al Caltech. L’idea iniziale era costruire circuiti integrati per reti neurali che allora erano considerate da pochi un possibile futuro per l’intelligenza artificiale. Gli esperti dicevano che non avrebbero mai funzionato, invece era la soluzione giusta, ma era troppo presto perché i computer non erano ancora abbastanza potenti. Allora cercammo un altro prodotto: qualcosa che sostituisse la trackball dei computer portatili, senza parti in movimento. Così nacque il touchpad. Poi arrivò l’idea del touchscreen per i telefonini che avevano tastierine e schermi piccoli. Con il touch si poteva creare un’interfaccia molto più potente. Andavamo da Motorola, Nokia, a far vedere questa tecnologia. Nessuno la voleva. Io insistevo: secondo me quello era il futuro. Apple la voleva, ma voleva l’esclusiva».Nello scenario internazionale attuale quali sono, secondo lei, i rischi più seri legati alla sicurezza, all’informazione e al potere?«L’intelligenza artificiale negli ultimi tre o quattro anni ha avuto uno sviluppo enorme. Offre a chi è bravo una possibilità straordinaria di diventare molto più produttivo. Ho un amico programmatore che mi ha detto: “oggi, con l’Ia, in un giorno faccio il lavoro che prima me ne richiedeva trenta”. Questo però significa anche la sostituzione di ventinove persone. Non è uno scherzo».Il rischio è anche politico?«Il problema è che le persone che non sono preparate useranno l’Ia come scorciatoia. Ma l’intelligenza artificiale non capisce niente e può dare informazioni sbagliate. Chi non la saprà usare diventerà più debole, più dipendente. Chi invece la saprà usare bene diventerà molto più forte. Se molte persone considereranno l’intelligenza artificiale come l’esperto, invece di usare la loro intelligenza e la loro comprensione, diventeranno sempre meno intelligenti. E potranno essere manipolate».Lei ha conosciuto la Silicon Valley delle origini. Che cosa è cambiato?«Ci si aspetta che nel 2027 saranno investiti, per l’intelligenza artificiale, mille miliardi di dollari in aziende della Silicon Valley. Cifre mai sentite. Questo perché chi è potente percepisce un vantaggio enorme, anche nel controllo delle persone. La Silicon Valley è cresciuta, ma alcune aziende hanno usato la tecnologia per prendere le nostre informazioni, spesso senza il nostro permesso, per fare soldi. Questa non è etica e non avrebbe mai dovuto essere permessa».Come introdurre degli anticorpi?«L’unico modo è che le persone capiscano che non sono macchine. La coscienza non fa parte né del computer né del nostro corpo, mentre noi comprendiamo il significato dell’informazione perché siamo coscienti. E questa è la differenza fondamentale. Oggi però lo scientismo, cioè la scienza con la “s” minuscola che è diventata un centro di potere, continua a dire che noi siamo macchine».Come legge l’evoluzione degli Stati Uniti fra tensioni culturali e politiche che attraversano il mondo accademico e scientifico?«Le università sono sotto attacco e sono molto preoccupato. Il mio sforzo è far capire che bisogna portare anticorpi a una visione della realtà materialista, riduzionista, che toglie valore all’uomo».Ha costruito gran parte della sua carriera negli Usa, ma ha scelto di tornare a vivere in Italia. Perché?«In Italia c’è un clima culturale più vicino all’uomo, alla sua natura profonda, che non è materiale ma spirituale, mentale e materiale in maniera indivisibile e integrata».La competizione tecnologica tra Usa e Cina sta ridefinendo gli equilibri globali mentre l’Europa fatica. Che differenze tra questi modelli?«Si guarda alla Cina con la lente del comunismo, e all’America con la lente del capitalismo, in una competizione assurda. L’Europa, invece, deve trovare la sua voce. Dopo la Seconda guerra mondiale è stata in qualche modo colonizzata. Non può restare un insieme di Stati che non sono davvero uniti. Dal punto di vista della capacità scientifica e tecnologica, l’Europa non ha niente da imparare dagli altri, anzi, gran parte degli scienziati che hanno creato le tecnologie americane vengono dall’Europa. Pensiamo ad Asml, l’azienda olandese che produce le macchine più sofisticate al mondo per fare i chip più avanzati. Il problema è la burocratizzazione e la difficoltà a fare sistema. Oggi l’Europa deve rinascere dalle competenze, da un nuovo umanesimo: un Rinascimento. Ma questa spinta deve partire dai cittadini europei».Lei ha ricevuto dal presidente Obama la National medal of technology and innovation, il massimo riconoscimento tecnologico statunitense, Bill Gates l’ha citata. Un successo planetario ma anche una responsabilità.«Vivo cercando di produrre un’alternativa allo scientismo. Non come un’altra religione, ma come una lettura più chiara di ciò che dice la Scienza con la “S” maiuscola. La fisica classica è partita dall’idea che il mondo sia fatto di parti separate. Ma non si può arrivare al tutto mettendo insieme parti separate, perché l’universo è olistico e tutto è profondamente interconnesso».Quali competenze saranno davvero decisive nel futuro?«Oggi insegniamo ai bambini a competere invece che a lavorare insieme. Le vere competenze sono collaborare, capire chi siamo, comprendere il significato delle cose. Noi istruiamo invece di educare».Che cosa la preoccupa di più?«Diamo il telefonino ai bambini quando avrebbero bisogno di connettersi empaticamente con la madre. Questo è un disastro. Bisogna riscoprire l’interiorità. Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo cominciare da noi stessi».La vostra Fondazione Federico ed Elvia Faggin da anni si dedica allo studio della coscienza. Può essere d’aiuto per i nostri giovani?«Il cuore della Fondazione è capire chi siamo, la natura della coscienza, unendo scienza e spiritualità, non tenerle separate come è avvenuto finora».Nei suoi libri più recenti come Silicon, L’irriducibile e Oltre l’invisibile, lei ha posto al centro il tema della coscienza. Mentre il dibattito pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sull’intelligenza artificiale. Cosa rischiamo di perdere se questa dimensione resta ai margini del nostro sviluppo tecnologico?«È una questione esistenziale. Possiamo perdere tutto. Possiamo perfino tornare indietro, al tempo della pietra. L’intelligenza artificiale sta accelerando il progresso, ma anche la distorsione del sistema. Se continuiamo con la mentalità della competizione sfrenata, non abbiamo altra alternativa che la violenza. La guerra più forte sarà tra l’intelligenza artificiale e la libertà umana».