Roma, 21 maggio 2026 – Dopo cinque stagioni, The Boys ha chiuso la sua corsa lasciando dietro di sé qualcosa di raro: la sensazione di aver cambiato davvero le regole del gioco. Quando debuttò nel 2019 sembrava soltanto una versione più sporca e violenta delle classiche storie di supereroi che strizzava l’occhio a Watchmen di Alan Moore. Col passare degli anni, però, la serie creata da Eric Kripke è diventata un fenomeno culturale capace di mescolare critica sociale, politica, cinismo e intrattenimento estremo. Il finale ha diviso parte del pubblico, ma ha anche chiuso uno dei percorsi televisivi più insoliti degli ultimi anni.

I supereroi non erano più i buoni

La prima grande rivoluzione di The Boys è stata probabilmente questa: togliere ai supereroi la loro aura di perfezione. Personaggi come Homelander non erano semplicemente antagonisti, ma rappresentavano l’idea distorta del potere assoluto, dell’ossessione per la popolarità e della manipolazione mediatica. Mentre altri franchise continuavano a raccontare eroi destinati a salvare il mondo, The Boys si chiedeva cosa sarebbe successo se individui quasi onnipotenti fossero diventati celebrità, strumenti politici o prodotti commerciali.