La creazione umana più lontana dalla Terra è una sonda spaziale lanciata nel 1977, che ha superato il sistema solare nel 2012 e attualmente dista poco più di 25 miliardi di chilometri. Riesce ancora a trasmettere, ma le sue risorse di energia sono quasi esaurite e un giorno smetterà. Quel giorno la Voyager 1 resterà “solo” un oggetto nello Spazio profondo: la prova che dove non possono spingersi in carne e ossa, gli esseri umani inviano cose che possono arrivarci. E che teoricamente potrebbero continuare a viaggiare e sopravvivere agli umani stessi.

Negli ultimi anni, man mano che il dibattito sull’intelligenza artificiale (AI) diventava attuale, alcuni astrofisici e astronomi hanno riflettuto sull’ipotesi che i suoi sviluppi futuri possano permettere, tra le altre cose, viaggi nello Spazio oltre limiti biologicamente insuperabili per gli umani. Nuove sonde o altri mezzi potrebbero essere abbastanza “intelligenti” da auto-orientarsi, cambiare rotta se necessario, e ricavare e ottimizzare le risorse lungo viaggi troppo pericolosi, troppo ostili o, banalmente, troppo lunghi per dei corpi viventi.

Secondo quegli scienziati, ammettere questa ipotesi significa ammetterne implicitamente anche una inversa: un’eventuale civiltà extraterrestre tecnologicamente evoluta potrebbe avere fatto la stessa cosa, magari milioni di anni fa, per aggirare limiti altrettanto insuperabili dalla sua prospettiva. E questo vorrebbe dire che forme di vita intelligente emerse in altri sistemi planetari, anche se fisicamente irraggiungibili, potrebbero essere scoperte intercettando qualcosa che non è vivente in senso stretto, ma è il segno di qualcos’altro che lo è stato: la civiltà che lo ha prodotto.