Il 17 aprile gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA hanno inviato i comandi per spegnere uno strumento a bordo della sonda interstellare Voyager 1, l’oggetto artificiale che più si sia allontanato dalla Terra. È stata una scelta obbligata. Il generatore a radioisotopi della navicella sta esaurendo l’energia e gli scienziati vogliono prolungarne il più possibile l’operatività. Lo strumento spento è il Low-energy Charged Particles Experiment, LECP. A parte brevi interruzioni, funzionava da 49 anni, precisamente dal 5 settembre 1977, quando Voyager 1 lasciò Cape Canaveral. Spazio mai esplorato «Sebbene spegnere uno strumento scientifico non sia la soluzione ideale per nessuno, è la migliore opzione disponibile», ha spiegato Kareem Badaruddin, responsabile della missione al JPL. In totale, sette strumenti sono già disattivati. «Voyager 1 ha ancora due strumenti accesi: uno rileva le onde di plasma, l’altro misura i campi magnetici. Funzionano ancora perfettamente e inviano dati da una regione dello spazio mai esplorata». Il generatore a radioisotopi perde 4 watt di potenza all’anno, al regime di risparmio energetico attuale potrebbe funzionare fino al 2030. Oltre la fantascienza Se cercavate una dimostrazione che la scienza è più affascinante della fantascienza, eccovela servita. Se ne volete prove ulteriori, Albino Carbognani ce le ha date scrivendo “Destinazione spazio profondo”, il suo ultimo libro, appena pubblicato nelle edizioni Dedalo (252 pagine, 18 euro, Prefazione di Patrizia Caraveo). Astronomo dell’INAF di Bologna dopo anni di ricerca presso l’Osservatorio della Valle d’Aosta a St. Barthelémy, oggi Carbognani lavora nel campo della sorveglianza spaziale (asteroidi, comete, meteore) alla Stazione di Loiano sugli Appennini emiliani, ma da sempre pratica una piacevole e accuratissima divulgazione dei temi astronomici che gli stanno a cuore. Questa volta accompagna il lettore dal primo volo di un aereo – il Flyer dei Fratelli Wrigth, 17 dicembre 1903 – ai più arditi progetti di missioni interstellari. Un giorno-luce Voyager 1 ha oltrepassato l’eliosfera, cioè la “bolla” magnetica creata dal Sole, e corre verso la costellazione di Ofiuco. Oggi, 23 aprile 2026, è a 25.394.348.250 chilometri da noi, pari a 169,75 Unità Astronomiche, circa 170 volte la distanza Terra-Sole. Poiché 25,4 miliardi è un numero troppo astratto per il senso comune, ce ne facciamo un’idea più precisa dicendo che la sua distanza è di circa 23 ore e 32 minuti. Calcolando che si allontana alla velocità di 17 chilometri al secondo, nel prossimo mese di novembre Voyager 1 supererà il traguardo di un giorno-luce. Dovrebbe correre ancora per 74.800 anni prima di raggiungere una distanza pari a quella della stella più vicina, Proxima Centauri, 4,24 anni luce. Quante Terre abitabili? Ora che abbiamo in mente le grandezze di cui stiamo parlando, sfogliamo il libro. Dopo il capitolo introduttivo sull’evoluzione delle stelle, Carbognani passa a esaminare la casistica dei pianeti extra-solari. Non ne conoscevamo nessuno fino al 1995, ma adesso quelli schedati sono più di ottomila. In pratica, ogni stella ha un sistema planetario, e quelli simili alla Terra per dimensioni, atmosfera e clima non possono essere troppo rari, dato che solo nella nostra galassia esistono 200 miliardi di stelle. Ovviamente, in vista di una esplorazione, ci interessano i pianeti delle stelle più vicine. La Stella di Barnard ne ha quattro, ma è a circa 10 anni luce. Meglio puntare su Proxima Centauri, che ne ha tre, purtroppo periodicamente esposti a “lampi” di potenti radiazioni (il radiotelescopio ALMA ha scoperto brillamenti a lunghezze d’onda millimetriche). Sistemi di propulsione La propulsione chimica è improponibile per viaggi interstellari. Quella nucleare, già studiata con il motore NERVA, dal 2023 è di nuovo presa in considerazione dalla Nasa con la speranza di realizzarla nel 2027 per spingere un razzo verso Marte. Una variante promettente è la propulsione ionica. Ipotizzabile è anche la propulsione a vela solare, o meglio a vela-laser, perché la radiazione del Sole diventa troppo debole già a piccole distanze. Molto avveniristica è la propulsione atomica con bombe a fissione e a fusione. Per adesso poco più di una idea sulla carta la propulsione ottenuta annichilendo materia con antimateria. In ogni caso sarà difficilissimo ottenere anche solo una frazione significativa della velocità della luce. Con o senza equipaggio? I problemi sono molto diversi se si considerano astronavi grandi con molti strumenti a bordo, sciami di astronavi piccole come un’ape (progetti Starshot e StarChip finanziati dal miliardario russo-americano Yuri Milner), astronavi con o senza equipaggio, tempi di percorrenza comparabili con la vita umana o assai più lunghi (viaggi generazionali o intergenerazionali, progetti Yperion e Chrysalis). Carbognani analizza meticolosamente, cifre alla mano, tutte le ipotesi, incluso l’invio di embrioni congelati assistiti da robot da far nascere quando l’astronave abbia raggiunto un pianeta adatto alla vita. Tra ottimismo e realismo Descrivendo queste prospettive, Carbognani lancia il cuore oltre l’ostacolo e cerca di essere ottimista. Ma nelle ultime pagine saggiamente fa il punto sullo stato dell’arte della fusione nucleare (magnetica e inerziale) e ci ricorda che il primo obiettivo deve essere garantire la sopravvivenza dell’umanità su una Terra minacciata da crisi climatica, inquinamenti assortiti, scarsità di risorse e conflitti armati. Folle spesa per le armi Un solo dato, molto eloquente: la schiera di laser per la propulsione a vela delle nano-sonde StarChip costerebbe mille miliardi di euro, una cifra “decisamente fuori budget per qualsiasi esperimento scientifico”. Ma secondo l’International Peace Research di Stoccolma nel 2024 la spesa globale in armamenti ha superato i 2300 miliardi di euro.