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Valentina Rorato

Uno studio ha analizzato i dati di oltre cinquemila persone, in dieci diversi Paesi: sebbene madri e padri descrivano spesso i figli come la fonte primaria del senso della vita, la realtà misurata dal team di ricerca dipinge un quadro di neutralità emotiva. Il ruolo di stress, responsabilità e fatica quotidiana

Avere figli rende le coppie più felici? È la domanda che si sono posti i ricercatori dell’Università di Nicosia a Cipro. Per rispondere, hanno analizzato i dati di oltre cinquemila persone in dieci diversi Paesi, giungendo a una conclusione che sfida le previsioni evoluzionistiche e la narrazione comune: diventare genitori non è la sinonimo di felicità.Sebbene madri e padri descrivano spesso i figli come la fonte primaria del senso della vita, la realtà misurata dal team di ricerca dipinge un quadro di neutralità emotiva. La gioia della genitorialità e quel senso di appagamento unico che si prova stringendo il proprio bambino sembrano essere sistematicamente controbilanciati dallo stress, dalle responsabilità e dalla fatica della quotidianità.

Il «paradosso della neutralità»Un dato ancora più delicato emerge dall’analisi della vita a due. Lo studio, pubblicato su pubblicato su Evolutionary Psychology, rileva che la soddisfazione relazionale tende a diminuire sensibilmente dopo l’arrivo dei bambini. L’investimento di energie richiesto dalla cura della prole — che può comportare una drastica privazione del sonno, specialmente nel primo anno — sottrae inevitabilmente spazio e risorse al legame tra i partner.Questo fenomeno crea quello che gli autori definiscono «paradosso della neutralità»: se da un lato la biologia ci spinge a procreare promettendoci ricompense emotive, dall’altro la gestione pratica della crescita agisce come un livellatore che mantiene il benessere generale invariato o, in alcuni casi, mette a dura prova la stabilità affettiva.