di

Marco Missiroli

Il rapper: «Mi attrae l’idea di un figlio, però non reggo le relazioni a lungo termine. La mia è una storia di riscatto non dimentico da dove vengo»

C’è stato un tempo in cui un bambino non aveva sogni. Viveva in case senza radici, spostandosi di tanto in tanto per il lavoro del padre, aspettando un mondo che forse si sarebbe rivelato. Poi, quel mondo si è compiuto: quartiere Barona, Milano. E ha portato in sé la rivelazione: Fabio Rizzo, Marracash.

Così è cominciato tutto, e il bambino è diventato re. Del rap. Delle parole di un’epoca, nella musica di un’epoca: in otto album Marracash ha mostrato chi siamo oggi. Ci riesce la letteratura, la poesia, e forse dovremmo chiamare questo ragazzo della periferia milanese con il suono che gli spetta: poeta. Ora, dopo quasi vent’anni di carriera, è il momento di una testimonianza diversa oltre i dischi: un documentario al cinema, «King Marracash», che fotografa l’intimità di questo viaggio. A nudo la persona, la famiglia, a nudo la Sicilia delle origini, lo spirito controverso di un artista che aspetta la notte per i versi delle sue rime.