Ho 46 anni e, malgrado la perimenopausa, sono inaspettatamente rimasta incinta. Ho già tre figli (il più piccolo di quattro anni). Mio marito definisce questa gravidanza “un disastro” e crede che abortire sia la scelta più ovvia, perché non volevamo un altro figlio e non l’avevamo programmata. Io la penso diversamente. Anche se sono favorevole alla libertà di scelta, l’idea di interrompere una gravidanza mi mette profondamente a disagio e temo di pentirmene.
Lui pensa che mi sia fissata con la questione morale. Ma questo non indica forse che portare avanti la gravidanza sia la scelta più etica? (Viviamo in un paese europeo dove l’aborto a questo stadio è legale, quindi l’accesso non è un problema). Io guardo più lontano: ripensandoci alla fine della mia vita, potrei davvero pentirmi di aver avuto un altro figlio?
Gli argomenti di mio marito sono che un neonato sconvolgerebbe le nostre vite professionali, che non vuole tornare allo sfinimento e all’isolamento sociale dei primi anni da genitori e che non è disposto ad assumersi di nuovo un ruolo di cura a tempo pieno. Lavoriamo entrambi in settori precari – ricerca umanistica e arti – ed è vero che non possiamo prevedere l’impatto di un altro figlio sul nostro lavoro. Però a volte mi chiedo: quando sarò anziana ricorderò davvero, o tanto meno rimpiangerò, un anno di lavoro “perso”? Abbiamo una famiglia stabile e possiamo accedere agli auti economici previsti dallo stato sociale. Scegliere di interrompere questa gravidanza mi sembra una decisione dettata dalle difficoltà a breve termine, e lo trovo un motivo troppo debole.








