Di certo, grazie alla missione diplomatica in Cina terminata ieri con una dichiarazione congiunta, Vladimir Putin un risultato lo ha raggiunto: far scivolare ai margini delle scene le difficoltà interne, con i droni ucraini che minacciano addirittura i cieli di Mosca, e far dimenticare la parata della vittoria sotto tono di inizio mese. Il presidente russo è stato accolto a Pechino dal suo omologo Xi Jinping con tutti i crismi del caso, a pochi giorni dalla visita – anch’essa importante e anzi sotto molti aspetti storica – del leader della Casa Bianca Donald Trump. L’occasione d’altra parte richiedeva di per sé una certa solennità, trattandosi del 25esimo anniversario del trattato di amicizia fra i due paesi (che è stato infatti contestualmente esteso). Insomma Cina e Russia mostrano di voler ribadire la solidità del proprio legame, a maggior ragione in un momento di caos e incertezza internazionali (con il conflitto in Iran che evidentemente complica il contesto, ma non per forza in modo negativo per tutti gli attori) e sullo sfondo dell’ambivalenza statunitense, che alterna bombe, minacce e aperture senza soluzione di continuità.
ECCO ALLORA che per Putin le relazioni fra Mosca e Pechino «hanno raggiunto livelli davvero mai visti prima, e non cessano di progredire», come ha detto commentando le undici ore di colloqui bilaterali. A sua detta i rapporti fra le due sono «autosufficienti» e non dipendono «dall’attuale situazione globale», ma anzi potrebbero essere un esempio di come portare avanti «interazioni strategiche e comprensive» fra due nazioni diverse. Per quanto venga smorzato sotto una coltre retorica che parla il linguaggio della stabilità e della normale condotta fra stati, è evidente che il quadro globale sia al tempo stesso presupposto e obiettivo polemico della missione: da un lato, per via della già citata guerra in Iran e del conseguente blocco dello stretto di Hormuz, la Russia ha potuto di recente beneficiare di maggiori entrate grazie all’impennata dei prezzi del greggio e dunque di una rinnovata centralità come esportatore di risorse fossili; dall’altro, la nuova “dottrina” trumpiana in politica estera – tutta improntata sul paradosso di ambire al Nobel per la pace mentre accende focolai bellici in diverse parti del mondo – non può che impensierire le altre potenze, spingendole a serrare maggiormente i ranghi.










