L’accordo politico sulla pelle dei migranti è fatto. Parlamento e Consiglio Ue hanno raggiunto un compromesso sui return hubs, i centri di rimpatrio nei paesi fuori dall’Ue. Regole disegnate dalla Commissione Ue più di un anno fa e inasprite dai governi dei 27 lo scorso dicembre. Tutti compatti in sede di Consiglio Ue – guidati da Italia, Danimarca, Grecia e Polonia – giusto con qualche distinguo non risolutivo da parte della Spagna. Non è servito a un miglioramento, in termini di diritti e tutele per i migranti, l’intervento dell’Europarlamento. L’equilibrio sempre più spostato a destra del Parlamento europeo è divenuto un caso, con il relatore – l’eurodeputato olandese di Renew Malik Azmani – scavalcato da un compromesso alternativo raggiunto da Ppe, conservatori di Ecr ed estreme destre dei Patrioti e Sovranisti.
Ed eccolo il risultato, definito «una vergogna» da Melissa Camara, eurodeputata francese e responsabile del dossier per il gruppo dei Greens al Parlamento europeo. Il nuovo regolamento sui rimpatri rappresenta un deciso irrigidimento nelle politiche migratorie Ue, dato che introduce diverse misure che rafforzano in modo sostanziale i poteri coercitivi degli stati nei confronti di migranti e richiedenti asilo. Nel momento in cui scriviamo, il trilogo finale da cui uscirà il testo concordato che poi diventerà legge, è ancora in corso. Il negoziato si è interrotto nel pomeriggio di ieri sulla tempistica di entrata in vigore del regolamento, che potrebbe essere immediata oppure slittare di un anno. Per il resto, tutti gli altri punti della trattativa sono chiusi.








