L’annuncio del patteggiamento per 1,7 miliardi di dollari in una causa intentata dal presidente in carica è stato molto anche nel mondo post-scalpore in cui annaspano gli Stati Uniti di Donald Trump. Sì, perché la notizia data dal ministro della giustizia pro tempore, Todd Blanche, inquadra una vicenda di ladrocinio macroscopico anche per i pur notevoli standard della attuale amministrazione.
L’affare inizia nel 2015 quando il candidato presidenziale Donald Trump, fresco di scesa in campo via scala mobile della Trump Tower Manhattan, annuncia che non renderà pubblica la propria dichiarazione dei redditi, una tradizione rispettata da tutti i candidati a partire da 1970, da quando cioè è ritenuto un atto dovuto per dimostrare trasparenza e comprovare pubblicamente l’assenza di conflitti di interesse. Il rifiuto di Trump è il primo modesto atto che annuncia quella che diventerà la linea guida della sua presidenza in due tempi: trasgredire e lasciare alle istituzioni il compito di far rispettare le regole – se ci riescono. La vicenda, tutto sommato minore, della dichiarazione fiscale dimostrerà ciò che rimarrà vero da allora, ovvero che l’intero impianto costituzionale non è preparato per la trasgressione seriale da parte di un demagogo populista senza ombra di scrupolo.








