Le coalizioni sono spaccate
Christian Gaole
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Manca poco più di un anno al voto per il rinnovo del Parlamento, e una legge elettorale ancora non c’è. «Vorrei ma non posso». Questa iconica espressione sembra descrivere i colloqui tra le varie forze politiche. «Vorrei il proporzionale, ma non posso», affermerebbe la destra. «Vorrei le preferenze, ma non posso», starebbe dicendo la sinistra. Intanto al centro Calenda e Marattin auspicherebbero un ritorno al proporzionale per ridare centralità al ruolo del Parlamento. Conoscendo i tempi della politica, una domanda sorge spontanea: si voterà il nuovo Parlamento con un simil «Porcellum»? Stavolta in senso stretto, però. Nel dibattito sulla riforma della legge elettorale, i partiti italiani si muovono lungo una linea che divide due esigenze storicamente contrapposte: la governabilità e la rappresentanza. Da una parte c’è chi punta a costruire sistemi capaci di garantire maggioranze stabili e governi forti, dall’altra chi teme che un eccesso di semplificazione finirebbe per comprimere il pluralismo politico. Tra i più convinti sostenitori di un ritorno al proporzionale ci sono Azione e i Liberaldemocratici, che guardano con favore a un sistema meno legato alle coalizioni pre-elettorali e più centrato sul ruolo del Parlamento. L’idea, sostenuta in particolare da Carlo Calenda, è che le alleanze debbano nascere dopo il voto, sulla base di programmi condivisi, e non attraverso coalizioni costruite solo per vincere le elezioni. In questa impostazione, il proporzionale viene visto come uno strumento capace di rappresentare meglio le diverse culture politiche e di restituire centralità alle Camere.









