Nel corso degli anni le aziende sanitarie, pubbliche e private, hanno progressivamente esternalizzato una quota maggiore della propria catena del valore. L’esternalizzazione ha riguardato inizialmente servizi cosiddetti “no core” rispetto all’attività sanitaria (es. pulizie e sanificazione, lavanolo, ristorazione). Più di recente si assiste a tentativi di esternalizzazione anche di attività sanitarie (es. gestione pronto soccorso, radiologia, laboratorio, sterilizzazione).L’outsourcing dei servizi rappresenta quindi una delle principali leve organizzative a disposizione delle organizzazioni sanitarie, ma anche uno dei terreni più complessi su cui si gioca il bilanciamento tra efficienza, qualità delle prestazioni, controllo e capacità interna.Il punto di partenza resta una scelta strategica: cosa mantenere all’interno e cosa affidare al mercato. Tale valutazione ha una dimensione interna con una valutazione di convenienza strategica e operativa sulle attività su cui l’organizzazione ritiene utile e profittevole continuare a investire (normalmente le funzioni cosiddette core), oppure semplicemente la gestione diretta consente un migliore controllo qualitativo e gestione del rischio. La valutazione è anche esterna, di contesto per cui la possibilità di esternalizzare o meno è anche funzione della capacità di risposta da parte del mercato in termini di livelli di servizio, performance attese e convenienza economica.Indice degli argomenti
Outsourcing dei servizi sanitari: criteri, rischi e governance - Agenda Digitale
L’esternalizzazione dei servizi nelle aziende sanitarie richiede una valutazione strategica, organizzativa ed economica. Dal perimetro delle attività alla gestione del rischio, l’outsourcing può generare efficienza solo se accompagnato da competenze interne solide e da un rapporto maturo con il fornitore








