Impegnato com’è a dare la propria immagine all’America, dal Mount Rushmore all’erigendo Arco di Trionfo, Donald Trump si era quasi dimenticato che il suo giardino di casa non è l’ormai l’ex Rose Garden kennediano della Casa Bianca, ma quel Partito Repubblicano dove qualcuno iniziava a far le bizze, magari in combutta con i democratici. Bene, sta rimediando. Non è solo o tanto questione delle incombenti elezioni di metà mandato, che pure hanno suonato come campanello di allarme (e ce n’è ben donde), quanto semmai l’idea che il Grand Old Party è e deve essere qualcosa di più di una gioiosa macchina da guerra alle dipendenze del Leader: deve essere parte organica del suo essere. Non di comandare, si tratta, ma di consustanzialità. Trump così concepisce i rapporti in politica. Chi mostra indipendenza di parole e opere, prego andare. Anche senza dire please.
Le elezioni di metà mandato stanno quindi divenendo il momento in cui si consumano, più che faide o vendette, veri e propri autodafé in cui l’eretico viene esposto al ludibrio della folla, e se alla fine non viene issato all’incontrario su un asino, è solo perché in America l’Asino è democratico. Cambia pelle il partito, un nuovo corso cerca di bucare il guscio dell’uovo per venir fuori, alla luce. Quando definitivamente ci riuscirà, il Gop non sarà più lo stesso.









