Quasi vent’anni. Di cose ne sono successe, tra condanne, assoluzioni, dubbi e il tentativo di ricostruirsi una vita lontano dallo stigma di assassino. Per Raffaele Sollecito “è stato complicato, visti tutti i traumi subiti”. Sullo sgabello dello studio di Belve Crime, in un faccia a faccia con Francesca Fagnani, l’ingegnere informatico pugliese è tornato con la mente alla Perugia del 2007, l’anno che inevitabilmente ha cambiato le sorti della sua esistenza.

La mattina del 2 novembre 2007, il corpo della studentessa inglese Meredith Kercher fu ritrovato senza vita, straziato dalle coltellate, in un appartamento del capoluogo umbro. A finire sotto la lente degli investigatori furono subito una coinquilina della vittima, la studentessa americana Amanda Knox e il suo ragazzo, Sollecito. I due giovani, 23 e 20 anni all'epoca del delitto, sono stati assolti nel 2015 dopo quattro anni di carcerazione preventiva e una battaglia giudiziaria che solo dopo otto anni ha riconosciuto come unico responsabile accertato dell'omicidio l'ivoriano Rudy Guede.

“Ma certe cose non puoi cancellarle - dice alla giornalista - Tornare su questa storia mi provoca tanti sentimenti: tristezza, rammarico, rabbia e risentimento”. L’intervista parte con il racconto dell’infanzia di Sollecito, dalla morte della madre alle difficoltà psicologiche vissute, fino all’incontro con Amanda. E poi, il resoconto dettagliato di quell’incubo: dalla descrizione della scena del crimine al racconto degli interrogatori, ma anche il duro periodo affrontato in carcere.