A una settimana dalla scomparsa dei subacquei italiani, anche gli ultimi due corpi sono stati recuperati dalla grotta sommersa dell’atollo di Vaavu, dove cinque sub italiani erano rimasti intrappolati dopo un’immersione tecnica in uno dei siti più insidiosi dell’arcipelago. È la fine delle ricerche, ma non è ancora la fine della vicenda. Perché il recupero delle salme consegna alle famiglie un dolore definitivo e alle autorità una serie di interrogativi che, oggi più di prima, chiedono risposte.

Le vittime erano scomparse il 14 maggio 2026 durante un’immersione in un sistema di cavità sommerse nella zona di Alimathà, nell’atollo di Vaavu, a sud di Malé. In un primo momento era stato recuperato soltanto il corpo di Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo e capobarca originario di Padova. Gli altri quattro sub erano stati localizzati soltanto nei giorni successivi, nel tratto più interno della grotta, a una profondità superiore ai 60 metri, grazie all’intervento di specialisti arrivati dall’estero. Nei giorni scorsi erano già stati riportati in superficie due corpi; ora, con il recupero anche degli ultimi due, l’operazione può dirsi conclusa sul piano materiale. Resta però intatto il peso umano della tragedia e resta aperta l’inchiesta sulle cause dell’incidente.