a
In una primavera in cui le bollette sono salite alle stelle e le infrastrutture energetiche sono tornate centrali nel dibattito, è doveroso ricordare che a scendere in piazza contro il Gasdotto Trans-Adriatico (conosciuto con l’acronimo inglese di Tap) c’era proprio quel Movimento 5 Stelle che, oggi, accusa l’attuale maggioranza di non aver effettuato i dovuti investimenti per essere «autosufficienti» in materia di idrocarburi. Tutti ricordano il famoso comizio di Beppe Grillo del 2013. Partecipando a una gremita manifestazione, urlava come si trattasse di «un’opera di fantascienza» o peggio di «un progetto calato dall’alto» che «minacciava il turismo». A chi, durante il corteo da San Foca a Melendugno, gli chiedeva chiarimenti sullo sviluppo, rispondeva come fosse un grave errore ricorrere a certe fonti di approvvigionamento: «Faranno un impianto – diceva, rivolgendosi a quei democratici, ora insostituibili alleati del M5S – che funzionerà tra 20 anni. Il carburante del futuro è l’intelligenza». Minacciava di schierare un esercitodi migliaia di liberi cittadini per fermare un «disastro».
Slogan che non potevano non essere ripetuti dal solito Alessandro Di Battista che, nel 2017, prometteva come, con i grillini al governo, il cantiere «sarebbe stato bloccato in due settimane». Una posizione su cui si trovava pure Barbara Lezzi: «Non serve a niente. È soltanto una mangiatoia di soldi pubblici». L’ex ministra, ergendosi a tecnico, in un video pubblicato dal quotidiano “La Repubblica”, sosteneva come, nello stivale, ci fossero addirittura «più gasdotti del dovuto».











