Contenuto tratto dal numero di maggio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Vale un Perù”. Questo detto, che risale alla conquista di Francisco Pizarro nel XVI secolo, indicava nel paese andino una terra piena di risorse preziose. Oggi il Perù è il secondo produttore di argento (primo per riserve) e di rame (terzo per riserve) a livello mondiale, ed è tra i primi dieci produttori di oro. Ma nonostante la vastità delle sue risorse naturali — o forse proprio a causa di queste — vive da mesi una grave crisi politica e sociale. Da ottobre si sono alternati tre presidenti: prima Dina Boluarte, sfiduciata a seguito di impeachment da parte del parlamento; poi il trentottenne José Jerì, sfiduciato a febbraio dopo uno scandalo corruzione a opera di imprenditori cinesi; per ultimo è stato eletto ad interim l’ottantatreenne José Maria Balcàzar, scelto per traghettare il paese alle elezioni di aprile. In quell’occasione i due candidati più votati sono stati Keiko Fujimori del partito populista di destra Forza Popolare, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, e l’ex sindaco di Lima Rafael Lopez Aliaga, del partito conservatore Rinnovamento Popolare. Il ballottaggio è previsto per il 7 giugno.
L’asse Lima-Pechino








