Leone XIV metterà piede ad Acerra ci saranno autorità, cori, bandierine. Qualcuno, immagino, proverà a srotolare il “tappeto” del dolore preconfezionato per la Terra dei fuochi. Il vescovo, Antonio Di Donna, mostrerà invece le ferite ancora aperte, il calvario di bambini passati dalla culla alla tomba, elencherà le promesse mancate e chiederà che quanto annunciato venga finalmente realizzato. Poi ci saranno i cori, gli applausi. Sotto a tutto ciò vorrei, però, che si sentisse anche un rumore più basso e più vergognoso: il cigolio dei cancelli che si aprono nella notte, il fruscio del denaro, il rombo dei camion carichi di morte lasciati passare con un cenno d’intesa, i saluti ossequiosi rivolti a faccendieri che avrebbero dovuto provocare domande e ribellione, e che invece suscitavano ammirazione, rispetto, invidia sociale.

Sarebbe un errore pensare che la storia della Terra dei fuochi riguardi soltanto Acerra, Caivano, Giugliano, il basso Casertano, la geografia ormai nota del disastro ambientale. Quei territori, da soli, non bastano più da tempo a contenere ciò che è accaduto. Il metodo ha viaggiato, si è spostato, è stato copiato, perfezionato altrove. Altre mafie si sono accodate, altri interessi, in più pezzi d’Italia, hanno capito che smaltire illegalmente significa trasformare un costo in profitto e una periferia in pattumiera. In questo abbiamo fatto scuola: siamo riusciti a mostrare come si possa avvelenare una terra, chiamarla emergenza, lasciarla marcire per anni e poi fingere che fosse solo colpa dei clan. Il Papa ad Acerra, il Vescovo: «La visita di Leone è nel segno della continuità»Io sono di Acerra e questa appartenenza, oggi, mi pesa come un’accusa. Per anni ho cullato l’illusione che la mia città fosse preparata a fronteggiare nuovi nemici, dopo aver combattuto la camorra degli anni Ottanta con alla testa il vescovo Antonio Riboldi che insegnò il coraggio a una generazione di giovani. Mi sbagliavo. E forse proprio da questo errore dobbiamo ricominciare: dalla responsabilità di chi non ha capito abbastanza, di chi non ha voluto vedere, di chi ha lasciato che la parola camorra diventasse il modo più rapido e indolore per assolvere tutto il resto. IL RISCHIO Dietro il cerimoniale che accompagna le visite del Papa, ad Acerra c’è una domanda più dura che altrove: cosa accadrà quando il Pontefice sarà ripartito e questo pezzo di territorio tornerà a misurarsi con le campagne ferite, l’incapacità amministrativa, le lentezze pubbliche, l’omertà e i silenzi? La Terra dei fuochi non è dunque solo una storia di clan, che naturalmente ci sono e tragicamente continuano a fare il proprio mestiere: lucrare sui vuoti, sulla fragilità dello Stato, i fallimenti della politica nel disegnare per questi territori un futuro diverso. I veleni, però, non si interrano da soli, non arrivano sui raccolti come la pioggia, né hanno trovato soltanto criminali pronti a smaltire e bruciare. Hanno bisogno di camion, ruspe, imprese, proprietari complici, mediatori, controlli mancati. Il braccio criminale colpisce perché intorno ci sono committenti, affari, industrie. In un recente passato paesi interi hanno visto transitare i tir carichi di veleni provenienti soprattutto dal Nord industrializzato e hanno stretto le spalle. Ci sono state famiglie che sapevano quali campi erano stati venduti e hanno sostenuto il contrario. Acerra chiede aiuto al Papa: Chi ha inquinato si penta»È questa la parte che fa più male, perché ci impedisce la più comoda delle assoluzioni: troppo poco dire che è solo la camorra, più difficile ammettere una menzogna per omissione. Quando il crimine si fa sistema, non vive separato dal mondo che lo circonda, prospera nelle paure, nelle piccole convenienze, nell’invidia per chi si arricchisce troppo in fretta, nel rispetto tributato a chi ostenta potere prima ancora che qualcuno si ponga la più elementare delle domande: da dove arrivano quei soldi? I tre fratelli Pellini, condannati per traffico illecito di rifiuti, ai quali sono stati sequestrati beni per 205 milioni di euro, sono di Acerra. Non figure arrivate da lontano, non ombre calate su una comunità ignara. Sono lì da sempre: conosciuti, salutati, a lungo riveriti e anche invidiati. Uno di loro sorvolava la città a bordo di un elicottero: immagine perfetta di una ricchezza che avrebbe dovuto suscitare domande e invece produceva soggezione. Come se il denaro avesse il potere di sospendere il sospetto; come se bastasse guardare la terra dall’alto per dimenticare cosa c’è sepolto sotto. Pier Paolo Pasolini scrisse: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». Nella Terra dei fuochi quella frase oggi non serve più pronunciarla perché ci sono atti, processi, sentenze. Nomi che, prima di finire nei fascicoli giudiziari, erano nelle strade, nei bar, nelle conversazioni sottovoce, sulle scrivanie di funzionari pubblici, amministratori, commercialisti, avvocati. LE SCONFITTE Troppo facile raccontare la Campania Felix come un paradiso perduto, come se la terra, da queste parti, avesse prodotto il benessere dei territori agricoli del Nord. Non è mai stato così. Produceva al massimo sussistenza, fatica, un’economia fragile. Anche per questo si sperò nelle fabbriche e si credette che una tuta blu fosse simbolo di riscatto: il salario fisso per dare ai figli ciò che i campi non avevano garantito ai padri. Quando quella promessa si rivelò un bluff, le campagne erano già espropriate, abbandonate. Le fabbriche non avevano prodotto il futuro annunciato e avevano cominciato a inquinare. Viene da chiedersi se l’abbiamo mai amata davvero questa terra che ora si vuole difendere. O se l’abbiamo difesa solo finché poteva darci qualcosa: un raccolto, un salario, un indennizzo, i soldi di un esproprio. C’è in questa storia qualcosa che somiglia all’autodistruzione: non lo dico per trasformare il cancro in una metafora facile, ma la malattia, da queste parti, è diventata l’immagine più spietata di ciò che è accaduto: un corpo che aggredisce sé stesso, pezzi di comunità che per guadagno o paura hanno contribuito a ferire il luogo da cui vengono. La Terra dei fuochi non è solo un’aggressione esterna, ma un tumore civile cresciuto dentro ed è per questo che fa più male: contro un nemico venuto da fuori si può ancora alzare la voce, fare le barricate; contro ciò che abbiamo tollerato, salutato, invidiato, protetto, la voce si spezza. Eppure, da lì bisogna ripartire, non per accusare tutti allo stesso modo, che sarebbe ingiusto e persino comodo, ma per dire che nessuno può nascondersi dietro frasi facili, fasce tricolori, vertici convocati da autorità e prefetti in cerca di ribalte mediatiche. LE SENTENZE A chiedere giustizia e futuro ci sono gli innocenti, i ragazzi cresciuti con la paura addosso, le madri e i padri che non hanno ceduto i loro terreni e aperto cancelli nella notte. Ci sono quelli che davvero non sapevano, o che sapevano troppo poco per difendersi. È a loro, almeno a loro, che dobbiamo una sincerità non generica, non il conforto di qualche parola buona, ma la verità: qui c’è chi ha avvelenato, guadagnato, taciuto, lasciato fare; e c’è chi doveva controllare e non l’ha fatto. Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel caso “Cannavacciuolo e altri”, riconoscendo la violazione dell’articolo 2 della Convenzione, per la mancata protezione adeguata delle popolazioni esposte al rischio nella Terra dei fuochi. È un passaggio definitivo: non parliamo più soltanto di roghi, discariche, proteste, comitati, ma del diritto alla vita negato, riconosciuto da un tribunale internazionale. Poi nel marzo 2026 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha accolto con favore la strategia complessiva adottata dall’Italia per dare attuazione a quella sentenza. È un fatto importante, ma non può bastare a chiudere una storia sepolta troppo a lungo sotto parole come emergenza, bonifica, cabina di regia. Né si può dimenticare chi ha continuato a negare la correlazione tra la tragedia ambientale e la recrudescenza delle malattie oncologiche, mentre il tempo della burocrazia si rivelava infinitamente lento rispetto alla morte. Proprio nei giorni in cui ricorre l'anniversario della Laudato si’, la presenza di Leone XIV ad Acerra assume il peso di un richiamo definitivo. In quel testo papa Francesco ha scritto parole pesanti: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». IL DOVERE E qui tornano le responsabilità collettive, anche la mia. Non posso chiamarmi fuori: sono nato ad Acerra, lì ho vissuto la mia giovinezza, e quando questa terra veniva avvelenata ero già altrove. Scrivevo cronache, seguivo altre ferite, mi occupavo di altri dolori. Avevo colpevolmente pensato che la mia città sapesse difendersi dal male, che la lezione di don Riboldi e delle lotte di quarant’anni fa contro i boss non fosse andata perduta. Mi sbagliavo. Non ho messo insieme ciò che pure arrivava a frammenti: una camorra non più sanguinaria ma che aveva imparato a dotarsi di uffici, si presentava con le sigle delle imprese, si muoveva dentro relazioni rispettabili, protetta da silenzi. Imprenditori del crimine che ancora oggi restano in larga parte nell’ombra. Non ho capito, e non posso più usare Acerra come appartenenza sentimentale, semmai come responsabilità, un debito rispetto al mancato racconto di ciò che avevo il dovere di provare a capire, che cosa si nascondeva dietro le parole sviluppo, crescita, espansione urbanistica. Perché sorgevano quartieri dal nulla che fagocitavano terreni probabilmente già contaminati. E adesso temo il rischio che anche la visita del Papa possa nascondere il pericolo insopportabile della mistificazione. Usare la parola speranza per coprirne un’altra: responsabilità. Speranza non significa chiedere di essere pazienti, né dire ai giovani che un giorno tutto cambierà, mentre i loro padri hanno già ascoltato le stesse promesse. Sabato la piazza si riempirà, qualcuno piangerà, altri pregheranno e applaudiranno. Poi quei luoghi inevitabilmente si svuoteranno e resterà la domanda che nessuna visita, da sola, può cancellare: vogliamo davvero bonificare soltanto i terreni o finalmente anche la memoria, le complicità, le colpe? Qui tutti sapevano. E da questa vergogna che bisognerebbe ripartire.