Oltre 130 morti e 513 casi sospetti, un medico statunitense contagiato in evacuazione verso la Germania e gli Stati Uniti che chiudono le frontiere a chi arriva da Congo, Uganda e Sud Sudan. È il bilancio, in rapida evoluzione, dell’epidemia di Ebola in corso tra Congo e Uganda, che il 17 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato Public Health Emergency of International Concern, assegnandogli il secondo livello di allerta più alto del regolamento sanitario internazionale.

Quando l’OMS lo ha annunciato, ad Addis Abeba, l’Africa CDC era già al lavoro da giorni. «La notizia di un aumento critico dei casi è arrivata giovedì sera e la mattina seguente il centro operativo di emergenza era operativo» racconta il dottor Chrys Promesse Kaniki, a capo della Youth Division dell’Africa CDC (The Africa Centres for Disease Control and Prevention). Un modello che l’agenzia sanitaria dell’Unione Africana sta mettendo in piedi, non senza fatica, dal 2017 e che oggi, mentre i casi in Ituri salgono e aumenta la tensione al confine con l’Uganda, va alla sua prova più dura degli ultimi cinque anni.

Quello partito nei giorni scorsi è il diciassettesimo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo dal 1976: il precedente, dichiarato estinto meno di sei mesi fa, nella provincia di Kasai, ha provocato 43 morti su 64 casi totali. Una pausa di poche settimane, poi la nuova allerta. In Congo, l’Ebola non è un evento eccezionale, ma una minaccia ricorrente con cui ospedali e comunità locali convivono da quasi mezzo secolo. Questa volta però per il ceppo identificato, il Bundibugyo, non ci sono vaccini né trattamenti approvati.