Cresce l’allarme internazionale per la nuova epidemia di Ebola da virus Bundibugyo partita dalla Repubblica democratica del Congo e già arrivata in Uganda. L’Oms parla di una situazione in rapida evoluzione, gli Stati Uniti bloccano l’ingresso agli stranieri provenienti dalle aree a rischio, mentre l’Italia attiva la sorveglianza sanitaria per operatori e cooperanti di rientro.

L’epidemia di entra in una fase sempre più delicata. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, si è detto «profondamente preoccupato» per la portata e la velocità del focolaio, mentre i numeri continuano a crescere: secondo gli ultimi dati disponibili, i casi sospetti sono oltre 500 e i morti sono saliti ad almeno 131. I casi confermati sono 33 nella Rdc e due in Uganda, dove il contagio è arrivato attraverso persone provenienti dal Congo.Il focolaio riguarda il virus Bundibugyo, una specie di Ebola meno frequente rispetto allo Zaire ebolavirus e particolarmente problematica perché, allo stato attuale, non dispone di vaccini o terapie specifiche approvate. L’Oms ha già qualificato l’evento come emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, pur precisando che non si tratta di un’emergenza pandemica. La decisione è stata presa davanti a un quadro ritenuto straordinario: decessi nella comunità, casi in aree urbane, contagi oltreconfine e morti tra operatori sanitari. Ebola, cosa accade davvero Il cuore dell’epidemia è nella provincia nord-orientale di Ituri, in particolare nelle zone sanitarie di Rwampara, Mongbwalu e Bunia. È un’area già segnata da insicurezza, movimenti di popolazione, attività minerarie e una rete di strutture sanitarie anche informali, tutti elementi che complicano tracciamento, isolamento dei casi e sepolture sicure. L’Oms segnala inoltre una possibile sottostima dell’epidemia: l’alto tasso di positività tra i primi campioni analizzati, i cluster di morti inspiegabili e la difficoltà a ricostruire le catene di trasmissione fanno temere che il virus circoli più di quanto emerga dai dati ufficiali.La preoccupazione è aumentata anche per la comparsa di casi in centri urbani. Oltre a Goma, nella Rdc, sono stati confermati due casi a Kampala, capitale dell’Uganda. Uno dei segnali più inquietanti, secondo l’Oms, resta però il coinvolgimento degli operatori sanitari: almeno quattro decessi tra personale sanitario o persone in contesto assistenziale suggeriscono possibili falle nelle misure di prevenzione e controllo delle infezioni all’interno delle strutture. Perché gli Stati Uniti hanno paura Sul piano internazionale, gli Stati Uniti hanno scelto la linea dura. I Centers for Disease Control and Prevention hanno disposto, per 30 giorni, restrizioni all’ingresso per i non cittadini statunitensi che negli ultimi 21 giorni siano stati in Uganda, Repubblica democratica del Congo o Sud Sudan. Washington ha anche rafforzato screening, monitoraggio dei viaggiatori e attività di preparazione sanitaria ai porti d’ingresso. Il Cdc, tuttavia, continua a valutare come basso il rischio immediato per la popolazione americana.La decisione americana ha provocato la reazione dell’Africa Cdc, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana. Pur riconoscendo il diritto degli Stati a proteggere la salute pubblica, l’organizzazione ha contestato l’uso di restrizioni generalizzate ai viaggi come strumento principale di risposta. Secondo Africa Cdc, chiusure e divieti possono danneggiare economie, ostacolare operazioni umanitarie e spingere i movimenti verso rotte informali meno controllabili. “L’Africa ha bisogno di solidarietà, non di stigma”, è il messaggio dell’agenzia. Anche l’Italia​ si è mossa, ma con una strategia diversa: non un blocco agli ingressi, bensì sorveglianza mirata. Il ministero della Salute ha pubblicato una circolare che attiva misure di vigilanza per personale sanitario e non sanitario, cooperanti e operatori di organizzazioni governative e non governative provenienti da Repubblica democratica del Congo e Uganda. Le procedure prevedono dichiarazioni sanitarie, tracciabilità dei contatti, valutazioni negli ambulatori Usmaf o nelle Asl competenti e indicazioni alle compagnie aeree affinché segnalino tempestivamente eventuali casi sospetti a bordo.Il punto più critico resta l’assenza di una contromisura medica specifica. Nel caso del virus Bundibugyo, la risposta dipende soprattutto dalle misure classiche di sanità pubblica: identificazione precoce dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione degli operatori sanitari, sepolture sicure e coinvolgimento delle comunità. L’Oms ha inviato personale e forniture sul campo e ha stanziato fondi d’emergenza per sostenere le autorità nazionali, mentre il Comitato di emergenza è chiamato a definire ulteriori raccomandazioni temporanee.Il bilancio, dunque, resta provvisorio e destinato a cambiare con l’aumento dei test e delle operazioni sul terreno. Ma il messaggio delle autorità sanitarie è già chiaro: il rischio non è quello di una pandemia imminente, bensì di una diffusione regionale più ampia se la risposta non sarà rapida, coordinata e sostenuta da risorse adeguate.