C'è un paradosso al centro della gestione del rischio idrogeologico in Italia: più un argine è solido, più la terra che protegge si riempie di case, strade e capannoni, proprio perché ritenuti fuori pericolo. Quando cede, però, il disastro è proporzionalmente più grave di quanto sarebbe stato senza argine. Il territorio italiano è stato edificato per decenni con questa logica, che oggi non regge più, perché sono cambiate le condizioni meteoclimatiche su cui erano calibrate quelle infrastrutture. Sarebbe sbagliato considerare episodi eccezionali quelli che si ripetono: è la distribuzione statistica degli eventi estremi che si è spostata e, di conseguenza, le soglie di sicurezza progettate nel Novecento vengono oggi spesso superate. Il problema non è più come evitare il cambiamento climatico, ma come riorganizzare il territorio attorno a condizioni che sono già mutate. “Il paesaggio si sta progressivamente trasformando, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, rendendo in parte insufficienti le infrastrutture che avevamo costruito per contenerlo”, osserva Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), saggista e autore de “Il futuro della natura” (Mondadori), intervenuto al panel “Il paesaggio è una scelta politica. Ecosistemi, clima e futuro”, uno degli incontri del Food&Science Festival di Mantova che si è svolto dal 15 al 17 maggio. “La decisione su come intervenire non è più un problema tematico del ministero dell'Ambiente o della regolamentazione delle imprese: è diventata una questione politica, perché riguarda com'è fatta casa nostra, la nostra vita sul territorio”. Il passaggio implica una scala di intervento molto più ampia – spiega Boccaletti – rispetto a quella a cui la classe dirigente italiana è abituata: intervenire sul territorio significa ridisegnare argini, creare aree di espansione controllata per i fiumi, ripensare dove e come si costruisce, gestire attivamente foreste e bacini montani. Operazioni che richiedono una pianificazione a 20 o 30 anni, in un Paese in cui l'età media degli elettori supera i 50 anni. La classe politica, non solo in Italia, spesso affronta questi fenomeni come una sequenza di emergenze singole – protezione civile, fondi straordinari, ricostruzione – senza che ci sia la traduzione in una programmazione strutturale. Ed è sempre più una contraddizione il fatto che si tenti la risposta emergenziale a un cambiamento delle condizioni meteoclimatiche che, invece, è permanente. Sul piano delle risorse le stime della Commissione Europea indicano un fabbisogno di circa 10 miliardi di euro all'anno per l'adattamento del territorio italiano: 10 volte quanto si investe oggi in sicurezza idrogeologica, anche se corrispondente a un decimo rispetto alla spesa sanitaria. E’ una cifra che non può essere sostenuta con soli fondi nazionali e che – aggiunge Boccaletti - richiede un inquadramento continentale. “Il problema della trasformazione del territorio nel Sud dell'Europa non è solo della Spagna, dell'Italia e della Grecia: è un problema europeo - sottolinea -. Anche perché l'Italia esporta agroalimentare, manifattura e tanto altro in tutta Europa: se i fiumi esondano e le infrastrutture si bloccano, le conseguenze si sentono ben oltre i confini nazionali”. Insomma, il Mediterraneo è la frontiera climatica dell'Unione e trattarlo come somma di problemi nazionali separati significa ignorare la coerenza geografica e sistemica dei fenomeni. Le autorità di bacino, introdotte con la legge sul suolo degli Anni 80 come unità naturale di gestione del territorio idrogeologico, restano in larga misura sulla carta: i flussi di finanziamento transitano attraverso ministeri e Regioni, producendo un approccio frammentato che non corrisponde alla scala dei fenomeni. Quando piove su un bacino, l'acqua attraversa confini amministrativi multipli senza rispettarli. Gestire questa complessità richiede coordinamento tra enti diversi, competenze tecniche e continuità temporale degli interventi: tre fattori che il sistema attuale non garantisce in modo sistematico. A tutto questo si aggiunge, a proposito di cibo e scienza, il ruolo dell'agricoltura e della gestione forestale: foreste e terreni agricoli coprono insieme la grande maggioranza della superficie italiana e costituiscono il primo presidio contro il rischio idrogeologico, ma le politiche che li riguardano restano separate dalla pianificazione territoriale. “Non possiamo risolvere questo problema senza coinvolgere quelle comunità produttive - dice Boccaletti -. Non è pensabile che il costo ricada interamente su chi possiede quei terreni: quando un campo viene allagato, la perdita produttiva può durare anni e una risposta sistemica richiede che quei costi vengano distribuiti collettivamente”. A tutto ciò si aggiunge anche la variabile demografica. Gli investimenti necessari per adattare il territorio possono essere sostenuti solo da un'economia in crescita e da una popolazione sufficientemente ampia da gestirli nel tempo. Senza flussi migratori significativi le proiezioni portano l'Italia a circa la metà della popolazione attuale entro la fine del secolo. La crisi demografica riduce concretamente il margine di risposta e alza i costi pro capite, rendendo ancora più urgente una pianificazione strutturata. "Dobbiamo ripensare il modo in cui affrontiamo il futuro: i problemi del territorio e del clima diventano uno stimolo per affrontare le questioni fondamentali di crescita economica, demografia e sicurezza territoriale”, conclude Boccaletti. Su questo intreccio sta lavorando anche nel suo prossimo libro, “The Environmental Republic”, appena pubblicato negli Stati Uniti da Blackstone Pub edizioni e atteso in Italia in autunno: un tentativo di ridefinire il rapporto tra democrazia e gestione ambientale in un momento in cui il paesaggio è diventato la posta in gioco più concreta della politica.