Ieri pomeriggio ho fatto un esperimento. Ho preso uno stralcio di un pezzo sul decennale della morte di Marco Pannella, e l’ho mandato a un po’ di amici, col messaggio: indovina chi l’ha scritto. Ho fornito alcuni indizi, anche. Per esempio: la persona che qui voleva ricordare Pannella si è aperta un Substack per l’occasione. Il pezzetto selezionato faceva così.
«Per chi è troppo giovane o semplicemente non lo ha seguito: Pannella è stato una delle persone più libere che io abbia mai avuto modo di studiare. Radicale nel senso vero del termine. Scomodo. Instancabile. Uno che ha passato cinquant’anni a battersi per diritti che oggi molti danno per normali senza sapere neanche da dove arrivino. Io però vi dico subito una cosa poco elegante: non l’ho mai votato. Ero qualunquista, mi facevo i fatti miei e quando vedevo un picchetto [credo intenda: un banchetto per la raccolta firme, ndS] cambiavo strada. Oggi un po’ me ne vergogno».
Lo zero per cento dei miei interlocutori ha indovinato che, ad aprirsi una newsletter perché le urgeva parlare del decennale della morte di Pannella, era stata Simona Ventura. Non hanno indovinato per la stessa ragione per cui è ormai impossibile distinguere la realtà dalla parodia: non ci sono moduli che rendano prevedibili e riconoscibili i territori.










