La stupidità è un valore. Una dichiarazione adatta a una T-shirt provocatoria, più che al lavoro di uno studioso. Eppure è questa la tesi al centro della ricerca del professor Jorge Filipe da Silva Gomes, docente alla Iseg Lisbon School of economics and management, che ha appena pubblicato il paper A Human Stupidity and its Value. Il punto di partenza è semplice: la vita quotidiana. “Mi sono reso conto che esistono pochissime teorie che spiegano la nostra scemenza”, racconta Gomes. Un’osservazione che apre un vuoto teorico enorme. Perché se tutto, nelle organizzazioni, ruota attorno a performance, efficienza e successo, ciò che non funziona resta spesso nell’ombra. “Mi ha sempre colpito che management e business tendano a concentrarsi più sulla comprensione dei fattori che determinano il successo piuttosto che su quelli legati, ad esempio, all’incompetenza”.

È da qui che il docente costruisce una definizione precisa, ancorata anche agli studi del grande economista italiano Carlo M. Cipolla: la stupidità non è un’etichetta, ma una dinamica. “In particolare, la teoria del mio gruppo di lavoro si articola in tre punti: l’ottusità non è una caratteristica o un tratto fisso. Secondo, è distinta dalla mancanza di intelligenza. Terzo, è importante spostare l’attenzione dalle “persone fesse” alle “azioni e decisioni fesse””. Prospettiva radicale: non si tratta più di classificare uomini e donne, ma di osservare i momenti. “È stato un errore “stupido”, ma questo non significa che la persona lo sia. Significa solo che ha preso una decisione sbagliata in quella situazione”. Vale per lo studente che sbaglia la data dell’esame, ma anche per chi, consapevole dei rischi, usa il telefono mentre attraversa la strada: “Abbiamo chiaramente l’intelligenza per capire che è pericoloso, ma in quel momento agiamo in modo poco razionale. Anche persone intelligenti possono comportarsi stupidamente”. Il problema non è chi siamo, ma cosa facciamo e quando.