MercatoTra tensioni geopolitiche, cancellazioni e costi in aumento, la manifestazione emiratina si ridimensiona con un inedito sistema di condivisione del rischiodi Maria Adelaide Marchesoni18 maggio 2026“Di necessità virtù” potrebbe essere il motto non dichiarato di Art Dubai 2026. Mentre molte fiere internazionali continuano a inseguire il paradigma della crescita permanente — più gallerie, più stand, più eventi — la manifestazione emiratina inaugura la sua 20ª edizione in formato ridotto, nel pieno di un contesto regionale segnato da tensioni geopolitiche, difficoltà logistiche e incertezza economica. Inizialmente prevista per metà aprile, la fiera è stata rinviata dal 15 al 17 maggio nel tentativo di attendere un temporaneo allentamento delle tensioni nell’area, ma il ridimensionamento si è rivelato inevitabile. Oltre 75 gallerie internazionali hanno cancellato la partecipazione, frenate dall’instabilità dei trasporti e dall’impennata dei costi assicurativi per i cargo. Dai circa 120 espositori delle scorse edizioni si è così passati a una cinquantina di gallerie presenti, con una contrazione vicina al 60 per cento. Eppure, proprio questa apparente fragilità rende Art Dubai uno dei casi più interessanti del sistema dell’arte globale. Con il drastico calo dei grandi collezionisti occidentali e asiatici — bloccati dalla sospensione di numerosi collegamenti aerei — la direttrice Dunja Gottweis ha ridefinito la manifestazione come un cultural gathering: un raduno culturale fondato più sulla cooperazione istituzionale che sulla dimensione strettamente commerciale del tradizionale modello fieristico.Art Dubai Special Edition Circa due terzi delle gallerie presenti provenivano, infatti, dagli Emirati o dall’area del Golfo — da Leila Heller Gallery a Lawrie Shabibi fino a The Third Line — trasformando la fiera in una piattaforma di salvaguardia culturale per il Sud Globale più che in un hub del mercato occidentale.Cinque le gallerie italiane presenti: Franco Noero (Torino), con opere di Jason Dodge, Mario García Torres, Rami Farook e Olga Tamaribuchi; Galleria Continua (San Gimignano), con lavori di Michelangelo Pistoletto, Pascale Marthine Tayou e Alicja Kwade; Pinksummer (Genova), che ha presentato il video «Poetic Cosmos of the Breath» (2013) di Tomás Saraceno; P420 (Bologna), con opere di Riccardo Baruzzi e Irma Blank e, infine, Plan X (Milano/Capri), con il solo show di Yatreda, collettivo etiope a vocazione familiare guidato dal direttore creativo Kiya Tadele, che realizza opere digitali nello stile tizita, caratterizzato da un forte senso di nostalgia e desiderio del passato. Parallelamente, molte esposizioni istituzionali hanno riflettuto direttamente il clima geopolitico circostante. La mostra «Made Forward» della Dubai Collection — che ha riunisce opere provenienti da 20 collezioni private e artisti dell’Asia occidentale, del Nord Africa e dell’Asia meridionale — affronta temi come perdita, appartenenza e sradicamento, segnalando come il conflitto sia ormai entrato anche nel linguaggio curatoriale delle istituzioni culturali del Golfo.«Swimming Pool (Michigan)», 2024 di Farah Al Qasimi. Archival Inkjet Print, 87.63 x 127 cm, Edition of 3, 2APCondividere il rischioLa crisi ha imposto un ripensamento radicale anche sul piano economico. Per sostenere le gallerie, gli organizzatori hanno azzerato i costi fissi degli stand — normalmente compresi tra i 15mila e i 60mila dollari — introducendo un sistema di risk-sharing basato esclusivamente su commissioni percentuali sulle vendite concluse durante la fiera, fino alla copertura del costo effettivo dello stand. Un modello quasi inedito nel sistema internazionale delle fiere d’arte, che trasferisce parte del rischio economico dagli espositori all’organizzazione stessa e che potrebbe diventare un precedente osservato con attenzione dall’intero settore. “Abbiamo ricevuto tantissimo sostegno ma anche l’auspicio che andassimo avanti con qualcosa, per continuare a essere una piattaforma” afferma Dunja Gottweis, direttrice di Art Dubai.Le gallerie che hanno deciso di partecipare hanno, quindi, calibrato le opere presentate anche sulla base del contesto economico e della tipologia di collezionismo presente in fiera. “In un momento come questo, ci si orienta verso qualcosa che sia significativo, ma anche logisticamente possibile: bisogna considerare entrambi gli aspetti” osserva Gottweis.«Silwad», 2025 di Nabil Anani. Acrylic PaintingIl lato commerciale di Art Dubai 2026Secondo gli organizzatori, le vendite non sono mancate, pur mantenendosi su livelli di prezzo relativamente contenuti. Tra i risultati registrati durante l’anteprima, Carbon 12 ha venduto due opere dell’artista emiratina Sara Almahairi a 12mila dollari ciascuna, una delle quali destinata a una corporate collection. Leila Heller ha collocato un’opera di Maryam Lamei per 35mila dollari a un collezionista con sede a Dubai, mentre The Third Line ha venduto diverse opere, tra cui un lavoro di Farah Al Qassimi a un collezionista libanese e un’opera di Jordan Nasser per 75mila dollari a una collezione aziendale. Zawyeh Gallery (Ramallah) ha, invece, venduto diverse opere dell’artista palestinese Nabil Anani — considerato uno dei fondatori del Palestinian contemporary art movement — con prezzi fino a 360mila dollari, inclusa una vendita a un importante collezionista degli Emirati.Anche Franco Noero (Torino) ha concluso diverse vendite, tra cui «Rug, Cotton and Glue» (2013) di Hassan Sharif per 45mila dollari a una corporate collection, oltre a opere di Rami Farook e Anna Boghiguian destinate a collezionisti privati.