Dal 2024 al 2025, il settore delle gallerie italiane ha attraversato una fase complessa, muovendosi tra criticità strutturali e segnali di tenuta. Tra cautela e un rinnovato ottimismo, emerge il ritratto di un comparto consapevole delle difficoltà ma ancora capace di intercettare opportunità e di ripensare le proprie strategie.

Da un’indagine di Arteconomy24, alla quale hanno partecipato alcune delle principali gallerie italiane, emerge un 2025 fatto di luci e ombre: fiere dai risultati più lenti, un ricambio generazionale nel collezionismo ancora incompleto e strategie di crescita sempre più selettive. Il settore guarda avanti con prudenza, ma continua a riorganizzarsi attraverso nuove collaborazioni e progetti internazionali, delineando un quadro che lascia intravedere per il 2026 possibili opportunità di crescita e consolidamento per chi saprà coniugare tradizione, innovazione e visibilità globale.

L’andamento del 2025 e le attese per il 2026

In questo contesto si inseriscono le valutazioni dei galleristi intervistati, che restituiscono un panorama articolato, segnato da prudenza, ma anche da strategie di adattamento e riposizionamento. Per Davide Mazzoleni, titolare di Mazzoleni, Torino, nel 2025 la principale difficoltà è stata la prudenza dei collezionisti, che ha allungato i tempi decisionali e ridotto l’entusiasmo negli acquisti, soprattutto nelle fasce medio-alte. A questo si è sommato l’aumento dei costi operativi — in particolare logistica, assicurazioni e partecipazione alle fiere — che ha reso necessaria una pianificazione ancora più selettiva e strategica. In tale scenario, il fatturato 2025 «si è mantenuto complessivamente stabile, sostenuto da un maggiore peso delle vendite private e da un collezionismo sempre più orientato alla qualità piuttosto che alla quantità, in linea con una tendenza ormai evidente a livello globale». Il gallerista, che ha recentemente aperto una sede anche a Milano, guarda al 2026 con cauto ottimismo: «È ragionevole attendersi una crescita moderata, sostenuta non tanto da un aumento dei volumi quanto da operazioni più strutturate, da una maggiore incidenza delle vendite private e da una crescente attenzione verso opere con solide basi storiche e curatoriali».