Uno studio del British Journal of Sports Medicine su 5.205 corridori amatoriali individua il confine oltre il quale il rischio di infortunio si impenna. Due esperti — Luca Marin, fisioterapista e docente all’Università di Pavia e Massimo Berruto, ortopedico e direttore del reparto dell’Ospedale Gaetano Pini di Milano della traumatologia sportiva — spiegano come riconoscerlo, e perché la primavera resta la stagione più pericolosa.
Chi è più a rischio
Quanti chilometri servono per trasformare il piacere di correre in una visita dall’esperto? Si riconoscono al primo sole: sono i runner che “sbocciano insieme ai fiori primaverili”, scarpe nuove e ambizioni da mezza maratona dopo otto mesi di divano. Ed è proprio in questa popolazione di amatori entusiasti che si concentra la maggior parte degli infortuni da corsa. La buona notizia è che oggi sappiamo con buona precisione qual è il momento esatto in cui un allenamento smette di essere salutare e inizia a essere rischioso.
Lo studio danese e il “+10%” che fa la differenza
A indicarlo è un lavoro appena pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, firmato da Jesper Schuster Brandt Frandsen e colleghi delle università di Aarhus e del Sud della Danimarca. I ricercatori hanno seguito per 18 mesi 5.205 runner amatoriali, incrociando i dati dei loro dispositivi elettronici con gli infortuni autoriportati. Il risultato ribalta un’idea diffusa: a pesare non è tanto il volume settimanale di corsa, quanto la singola seduta sproporzionata rispetto allo storico recente.










