«Abbiamo ingaggiato tre finlandesi, esperti di speleosubacquea e soccorsi. Sono decollati ieri, stamane saranno sul posto, alle Maldive». Laura Marroni è vicepresidente e Ceo della fondazione privata Dan Europe, un’organizzazione di riferimento per la sicurezza subacquea, la ricerca e la gestione delle emergenze mediche. Una rete mondiale che conta su mezzo milione di affiliati e che ha il quartiere generale a Roseto degli Abruzzi. Lei stessa è subacquea ed esploratrice scientifica. Vi siete messi a disposizione della Farnesina, avete trovato gli esperti che andranno a recuperare i corpi dei sub italiani. Perché finlandesi? «Conosciamo tanti esperti per questo tipo di operazioni: il team finlandese si è messo a disposizione in tempi rapidissimi, i suoi componenti sono tra i migliori al mondo. La Finlandia, inoltre, ha una storia lunga di subacquea in grotta, miniere sommerse e di esplorazioni di ambienti ostruiti. Andranno ad assistere la Maldives National Defende Force, che guida le operazioni». È prassi comune? «Abbiamo sentito anche alcuni componenti della task force che era intervenuta nel 2018 per i ragazzi rimasti bloccati nella grotta di Tham Luang, in Thailandia. In quell’occasione, però, non avevamo organizzato noi quella squadra». Torniamo alla tragedia delle Maldive: un’immersione tra i 50 e i 67 metri, in un sistema di grotte sommerse. Si è detto, intanto, di forti correnti. «Le correnti alle Maldive possono variare repentinamente e notevolmente in base a tanti fattori (come il meteo, nda). E possono incidere in modo pesante sulle sorti di una immersione». Il rischio di andare a –50 e –60 metri? «La profondità è elevata, anche se l’acqua è calda e la visibilità è di solito buona. Grazie alle tecnologie moderne è diventato assolutamente fattibile poter scendere fino laggiù, purché si abbia la formazione per farlo, l’esperienza, l’attrezzatura e, ancora più importante, un team con le stesse caratteristiche. Io posso essere la subacquea più brava del mondo, ma se vado con una persona meno esperta, poi ne sono responsabile». Le grotte sommerse si svilupperebbero per oltre 100 metri. «Si tratta di una sequenza di cavità sempre più profonde, strette e buie, con ingresso a circa 55-60 metri e che raggiungono quasi i 70 metri. C’è una prima caverna, che si collega con un piccolo passaggio a una seconda grotta sempre abbastanza ampia. Pare che ce ne sia anche una terza, ma non è sicuro. Le Maldive non sono un posto famoso per immersioni profonde, tecniche o di grotta: non è facile reperire informazioni precise sulla conformazione di quella grotta. Abbiamo trovato una mappa che non va oltre le prime due caverne». Le altre difficoltà? «La visibilità scarsa, resa tale dal sedimento che si alza. C’è anche il problema del corridoio che unisce la prima caverna alla seconda, che pare piuttosto stretto, due metri e mezzo, tre metri». Le bombole dei cinque italiani erano caricate con aria normale. Potrebbe essere stata contaminata? «Finché non saranno analizzate le bombole non si può dire. Possibile che qualcuna sia stata caricata con aria compressa, altre con aria arricchita, vale a dire con il Nitrox, che si respira però a quote meno profonde. L’aria “sporca”? Tutto può succedere, ma non è la prima ipotesi a cui ho pensato. Conosco il provider che ha organizzato l’immersione: è gente seria. Io stessa sono stata sulla stessa barca, il Duke of York. E poi, si erano immersi nei giorni precedenti e lo hanno fatto altri sub». Poi, l’ipotesi della grotta diventata trappola per qualche altro motivo. Sono rimasti dentro, è finita l’aria… «In quegli ambienti è facile che possa succedere qualcosa a chiunque del team che poi preoccupa gli altri, perdere la percezione temporale. Il mare profondo è come l’alta montagna: se c’è una bufera, una slavina, può succedere qualsiasi cosa e non è colpa di nessuno. Una corrente più forte del previsto, la visibilità che viene a mancare per il fango, incontri con animali marini pericolosi. Se si è entrati in un ambiente ostruito in profondità con una scorta di gas limitata, si rischia di andare incontro a problemi». Il corpo dell’istruttore-guida è stato trovato nella prima caverna, con la bombola vuota. Non è strano? «Magari era rimasto più esterno alla grotta per aspettare gli altri, per guidarli fuori». Potrebbe essere uscito ed essere rimasto ad aspettare la marcia indietro degli altri, fino a che la sua bombola non si è esaurita? «Mi piace pensare che la guida abbia tentato di assistere gli altri. Difficile ricostruire
“Visibilità scarsa, correnti e strettoie. Ingaggiati tre speleosub finlandesi”
La ceo di Dan Europe, fondazione di sicurezza subacquea: “Per intervenire lì servono esperti”












