In politica i centristi non se la passano bene. Uno sguardo a 360 gradi spinge ad affermare: “questo non è un mondo per moderati”. Da per tutto prevalgono le posizioni estreme e una concezione della rappresentanza che lascia poco spazio per la mediazione.
A dar credito ai risultati delle ultime amministrative inglesi, nasce persino il timore che questo “nuovo radicalismo” possa sradicare il principio moderato innervatosi nel sistema inglese sin dalla rivoluzione conservatrice del 1688: principio che ha resistito, dunque, trecentocinquanta anni. L’Italia non sfugge alla regola.
Qui la tendenza centripeta del sistema - che alcuni analisti hanno addirittura indicato come la “regola” che, sul fondo delle cose, avrebbe unificato l’intera storia nazionale attraversando il periodo repubblicano, il fascismo e la Repubblica - appare in stand by. Anche in vista delle prossime elezioni legislative, a contendersi il governo del paese sembrano essere destinati due schieramenti le cui leadership si proclamano orgogliosamente radicali e nei quali le forze meno estreme sono sostanzialmente ruote di scorta.
Questo scenario contiene, però, una contraddizione. Infatti, nonostante le difficoltà esterne e la tendenza del quadro politico nazionale, il settore che appare più in movimento - quello che fa più parlare di sé - è proprio il centro. A destra si registra l’insoddisfazione vera o presunta a giorni alterni di Forza Italia; a sinistra agiscono le oggettive contraddizioni veicolate dal quadro internazionale. “Il campo largo”, inoltre, almeno per ora sembra uno spazio inviolabile a livello nazionale ma in periferia non si perde occasione per calpestarlo. In Puglia se ne sa qualcosa.











