Bottiglie di benzina, pizzini e raffiche contro le attività commerciali di Sferracavallo e Isola delle Femmine portano a una domanda di fondo: chi sta provando a occupare gli spazi rimasti vuoti nel mandamento mafioso di San Lorenzo? Il presidente del Tribunale, Piergiorgio Morosini, invita a non fermarsi alla lettura immediata degli ultimi episodi. La risposta investigativa è indispensabile, ma da sola non basta: servono denunce, collaborazione e un lavoro più profondo sui quartieri dove la criminalità trova la nuova manodopera.Presidente Morosini, il racket torna a mostrarsi in modo molto visibile. È un’escalation momentanea o il segnale di un equilibrio saltato?«Il compito principale degli investigatori, in questo momento, è comprendere la matrice effettiva di queste azioni: se siano riconducibili a Cosa nostra, che avrebbe cambiato il proprio modo di operare, oppure se ci siano gruppi di malviventi che cercano di accaparrarsi fette di territorio e di influenza. O, ancora, se stiano tentando una scalata usando metodi così cruenti e plateali. Sono azioni che possono produrre un’intimidazione ambientale. Per questo trovo molto importante l’iniziativa di Addiopizzo e la sollecitazione a forme di denuncia collettiva».Molti imprenditori temono non solo di denunciare, ma anche di essere riconoscibili come vittime. Che cosa può fare lo Stato?«A Palermo forze dell’ordine e magistratura hanno collaudato metodi operativi che garantiscono riservatezza, soprattutto nella fase delle indagini. Determinate informazioni restano custodite a livello istituzionale in maniera molto meticolosa. Il punto è non lasciare isolati quelli che sono stati colpiti. Su questo devono lavorare molto le istituzioni, ma è importante anche una convergenza tra coloro che sono destinatari di queste intimidazioni».L'articolo completo sul Giornale di Sicilia in edicola e nell'edizione digitale.