“Com’eri vestita?”. È la domanda che nei processi per stupro viene rivolta alle donne che hanno subito violenza. Ed è il titolo dell’installazione allestita a Giurisprudenza dal centro antiviolenza milanese Cerchi d’acqua e visitabile fino a venerdì. Su sedie trasparenti che poggiano su macchie rosso sangue sono abbandonati gli abiti che indossavano alcune donne sopravvissute ad uno stupro. Pantaloni, jeans, maglioni, felpe, camice, tute e persino pigiami, a ricordare che la violenza avviene anche e soprattutto tra le mura di casa.
Capi di vita quotidiana che non hanno niente di provocante, mentre è provocatoria la domanda “Com’eri vestita?” che sottintende l’accusa di “essersela cercata”. Una domanda che — come denunciano le relatrici del convegno tenutosi a Giurisprudenza — sposta il focus sulla vittima anziché su chi ha compiuto la violenza e rivela radicati stereotipi che si trasformano in vittimizzazione secondaria, in violenza istituzionale e sociale che si aggiunge a quella sessuale.
Ed è per questo che - dai dati di Anna Agosta, presidente del centro antiviolenza Thamaia - “il 68% delle donne abusate, un terzo della popolazione femminile, preferisce non denunciare”.
E bisogna ricordare - come ha fatto la senatrice Susanna Camusso - che le donne sono vittime anche di violenza sul lavoro che è fatta non solo di molestie, ma anche di disparità retribuita, di precariato, lavoro povero e part-time involontario, è fatta del assumersi in toto il lavoro di cura genitoriale che le aziende considerano un disvalore per le donne e un valore per i maschi perché li spingerebbe verso più alti obiettivi professionali. Pregiudizi, stereotipi e abitudini che richiedono una profonda azione di cambiamento culturale.









