di
Massimo Franco
Nel centrodestra le polemiche sulle resistenze di Bruxelles alle richieste italiane sul debito si riflettono sullo scontro tra i partiti
Le prove di dialogo sull’allentamento dei vincoli di spesa europei, per il momento non hanno convinto la Commissione Ue. Ma nonostante l’insistenza con la quale la Lega di Matteo Salvini teorizza il «faremo da soli», attaccando le istituzioni di Bruxelles, la sensazione è che il dialogo sia cominciato: se non altro perché l’Italia non è l’unico Paese a fare i conti con una crisi economica aggravata dalle tensioni internazionali. Semmai, il tema è come Palazzo Chigi riuscirà a contenere un’offensiva che da destra punta a piegare la sua agenda. A preoccupare non è solo l’atteggiamento leghista, che riaffiora ad ogni occasione: si tratti di spese per l’energia o a favore dell’Ucraina, di immigrazione o di atti di violenza. Né le tentazioni che serpeggiano dentro Forza Italia di marcare la propria identità rispetto al governo.
La minaccia più subdola, e insieme più evidente per Fratelli d’Italia e Lega è rappresentata dal partitino in embrione del generale Roberto Vannacci, Futuro nazionale. Le parole d’ordine estremiste sulla «remigrazione», sul fascismo, sugli omosessuali, sui cromosomi della «vera destra», su Russia e Ucraina, sono tossiche ma attrattive: almeno per una parte seppure minoritaria dell’elettorato di maggioranza. Vannacci è una sorta di radiografia della «pancia» di alcuni settori della coalizione: quella che si vergogna ma non può rivelarsi. E il peso relativo che i sondaggi gli attribuiscono rischia di dargli un rilievo al di là dei potenziali consensi. Le sue posizioni filo-Putin sono una barriera invalicabile: non tanto per l’ex alleato Salvini ma per il partito di Giorgia Meloni, coerentemente filo-Kiev, filo-Nato e attento all’Ue; e naturalmente per FI, la formazione più legata alle istituzioni a guida Ppe.











