Si è spento Edmund S. Phelps, “Ned” per gli amici, Premio Nobel per l’Economia nel 2006, McVickar Professor Emeritus alla Columbia University, fondatore del Center on Capitalism and Society, animatore per oltre trent’anni del Villa Mondragone International Economic Seminar che lo aveva legato a Roma e all’Università di Tor Vergata. Con lui se ne va molto più di un grande economista. Se ne va una figura che, in più di sessant’anni di lavoro, ha attraversato, e in qualche modo ricapitolato in sé, l’intera traiettoria simbolica dell’economia come scienza sociale atipica: nata come ramo della filosofia morale, divenuta disciplina tecnica iper-specializzata, ritornata, alla fine, a porsi le domande sostanziali da cui era partita.È questa coerenza interna di una vita lunga e di un’opera molto ampia che merita di essere raccontata. Perché Phelps non è stato un economista che, stanco di equazioni, si è messo da vecchio a fare filosofia. È stato un economista che ha lasciato emergere, lungo decenni, le domande che erano sempre state nei suoi modelli, anche quando i modelli erano della più stretta osservanza neoclassica.Il punto di partenza: la regola aurea, ovvero una questione di giustiziaIl primo Phelps è il giovane ricercatore alla Cowles Foundation di Yale, all’inizio degli anni Sessanta. Sono gli anni della “golden rule of accumulation”, la regola aurea dell’accumulazione di capitale, pubblicata sull’American Economic Review nel 1961. La domanda è tecnica: quanto deve risparmiare una società per massimizzare il consumo delle generazioni future? La risposta è matematica, costruita nel linguaggio dei modelli di crescita di Ramsey, Solow, von Neumann. Eppure, già sotto la superficie del formalismo, c’è una domanda morale di prima grandezza: che cosa dobbiamo ai posteri? Quanto del benessere oggi possibile va sacrificato per chi nascerà domani? È una domanda di giustizia intergenerazionale prima ancora di essere un esercizio di ottimizzazione dinamica. E sarà questa la cifra di Phelps: usare il rigore tecnico per porre, con precisione, domande che la tradizione filosofica si è sempre posta in altri linguaggi.La rivoluzione dei microfondamenti: l’agente economico è una personaNegli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, Phelps compie l’operazione per cui sarà premiato a Stoccolma quasi quarant’anni dopo. È la fase dei “microfondamenti” dell’occupazione e dell’inflazione: il celebre saggio del 1968 sulla dinamica dei salari monetari, il modello delle “isole” del 1969, la grande raccolta di saggi del 1970 “Microeconomic Foundations of Employment and Inflation Theory” che riscriverà la macroeconomia. L’idea che cambia tutto è semplice e profonda: la curva di Phillips, la relazione tra inflazione e disoccupazione che dominava i manuali, non è una legge stabile. È il sottoprodotto di errori di aspettativa. Esiste un tasso “naturale” di disoccupazione e le politiche monetarie che provano a forzarlo provocano inflazione senza creare lavoro vero.L’importanza tecnica di tutto questo è enorme, e la politica monetaria mondiale, dagli anni Settanta in poi, ne sarà ridisegnata. Ma, ai nostri fini, conta un’altra cosa: il modo in cui Phelps costruisce questo apparato. I suoi agenti non sono gli automi della massimizzazione perfetta. Sono persone: lavoratori che cercano lavoro su “isole” economiche separate e decidono se restare o partire in condizioni di incertezza, in base ad aspettative basate su informazioni incomplete, e quindi improvvisano. È una macroeconomia con dentro un’antropologia, già al primo passo. Phelps lo dirà esplicitamente, anni dopo: il programma era “mettere le persone come le conosciamo dentro la teoria economica”. Non l’ homo oeconomicus della tradizione marginalista, ma uomini e donne reali, situati in un mondo che non controllano del tutto e di cui non sanno tutto.Lo strutturalismo: perché alcune società prosperano e altre noNegli anni Ottanta e Novanta arriva la terza stagione. L’Europa è paralizzata da un’eurosclerosi che i modelli fondati su aspettative “razionali” non spiegano: la disoccupazione resta alta senza disinflazione inattesa. Gli Stati Uniti, dalla seconda metà degli anni Novanta, vivono un boom che nessuno aveva previsto. Phelps cambia di nuovo livello d’analisi. Non basta più spiegare le oscillazioni attorno al tasso naturale di disoccupazione: bisogna spiegare il tasso naturale stesso. Perché alcune società generano lavoro buono e dinamismo economico e sociale, e altre no? È la stagione di Structural Slumps (Harvard, 1994), il libro più difficile e meno popolare di Phelps, ma fondamentale. Il contatto con quanto accade in Europa, e con la cultura e la ricerca economica europea, produce una svolta strutturalista che impone, al tempo stesso, un’attenzione diversa alle determinanti più profonde della vita sociale. Phelps comincia a guardare alle istituzioni, ai mercati dei beni, alla finanza, al peso della ricchezza accumulata, agli incentivi di chi assume e investe. La macroeconomia diventa una teoria delle architetture sociali che producono o falliscono nel produrre prosperità condivisa.È un passaggio decisivo, perché è qui che la sua ricerca comincia ad attraversare i confini della macroeconomia tradizionale e l’intrico dei suoi modelli matematici più o meno astratti. Capire perché una società cresce, trasmette valori, consente ai suoi cittadini la realizzazione di sé, trovando nel lavoro un’occasione di vita piena, non è più un esercizio compatibile con il paradigma riduzionistico dell’ homo oeconomicus. È una questione che chiama in causa la cultura, le istituzioni, i valori condivisi. Phelps non lo dice ancora con queste parole, ma il varco è aperto. Come inizia a sostenere nel suo libro Rewarding Work (1997), ciò che conta di più sono le ricompense immateriali del lavoro: essere impegnati in progetti, il piacere di avere successo in qualcosa e l'esperienza di prosperare in un viaggio in corso.Mass Flourishing: il ritorno alla filosofia moraleNel 2001, Phelps fonda alla Columbia il Center on Capitalism and Society e già nel 2009, nel pieno della crisi economica che metteva sotto accusa il funzionamento dei mercati, scriveva che al centro dello sviluppo non c’è l’homo oeconomicus, guidato da istinti egoistici, ma l’homo innovaticus, mosso dalla creatività e dal desiderio di una completa espressione di sé e affermava che il libero mercato trovava la sua giustificazione non per il perseguimento dell’efficienza allocativa, che spesso falliva, ma perché luogo in cui l’individuo può realizzare sé stesso attraverso la sua personale intrapresa di vita. Nel 2011, la Nona Conferenza Annuale del Center on Capitalism and Society ha il titolo “Philosophical Foundations of Economics and the Good Economy: Individual Values, Human Pursuits, Self-Realization and Becoming”.Nel 2013 esce “Mass Flourishing, How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change”, libro che molti economisti ortodossi hanno trovato troppo “umanistico”, e che a nostro avviso è invece l’atto più ambizioso e più autentico della sua opera. La tesi è spiazzante per la disciplina economica, ma familiare a chi conosca la storia del pensiero: affonda le radici nei grandi interrogativi sullo sviluppo economico della tradizione classica, ma anche nella retorica del capitalismo della tradizione americana.In questo solco, Phelps si misura con la questione della funzione eroica dell’imprenditore, già esaltata da Veblen come una forma di competizione che cerca lo squilibrio, e ripresa vent’anni dopo da Max Weber, che attribuisce un ruolo altrettanto dinamico ed eroicamente ascetico all’imprenditore morale generato dalla Riforma protestante.Nel paradigma prevalente della teoria economica, l’imprenditore è la pietra angolare del sistema: ne tiene viva l’opera, e al tempo stesso, attraverso la sua costante ricerca del profitto, garantisce che l’attività di mercato si realizzi. Come innovatore, egli opera in modo etico anche quando cattura alti redditi e alti profitti: questi sono infatti il risultato del fatto che ha scoperto nuovi usi delle risorse, dando vita a beni economici che prima non esistevano. In quanto beneficiario di una giustizia distributiva che premia il merito, l’imprenditore è quindi un soggetto morale pienamente coerente.A fronte di queste posizioni, Phelps propone una doppia innovazione. Da un lato, sostiene che l’eroismo c’è, ma non è quello dei grandi imprenditori: la prosperità moderna, egli scrive, non è stata prodotta principalmente dalla scienza, dal commercio, dall’accumulazione di capitale o dalle istituzioni in senso stretto. È stata prodotta da una cultura. Una costellazione di valori radicata nell’umanesimo rinascimentale, nel pragmatismo di William James e John Dewey, nel vitalismo di Bergson, che ha messo al centro la creatività individuale, lo spirito di esplorazione, la disponibilità ad immaginare e a tentare. Dall’altro lato, l’innovazione non è solo quello che accade nei laboratori di ricerca delle grandi corporation, né il risultato delle azioni dei capitani d’industria di tradizione vebleniana. È il risultato di individui spesso misconosciuti, di piccoli imprenditori, di quello che accade nei piccoli uffici, nelle botteghe, in ogni luogo in cui qualcuno prova un’idea propria. E la finalità dell’economia non è il PIL: è quello che gli antichi greci chiamavano eudaimonia, e che Phelps traduce con il termine “fioritura” — una vita piena, ricca di sfide, di senso, di soddisfazione del fare.È in questa fase che il viaggio simbolico di Phelps si compie. L’economista che era partito dalla regola aurea sul tasso ottimale di risparmio: soluzione elegante a una domanda tecnica, ma con dentro una domanda di giustizia intergenerazionale, arriva a una filosofia civica del capitalismo. Una visione in cui i mercati hanno valore non perché efficienti, ma perché sono il luogo in cui ciascuno può esprimere la propria capacità creativa, scoprire chi vuole essere, contribuire al bene comune. È una visione che si ricollega, idealmente, alla tradizione dell’Economia Civile italiana: Antonio Genovesi, l’Illuminismo napoletano, l’umanesimo civico fiorentino di Bruni e Botero. È anche una visione che torna ad Aristotele, e che Phelps non ha avuto paura di rivendicare come tale.Una traiettoria, una disciplinaVista nel suo complesso, la traiettoria di Phelps è di una illuminante coerenza interna. Inizia con un’equazione tecnica che nasconde una risposta morale; passa per la costruzione tecnica più raffinata della macroeconomia del secondo Novecento; si allarga alla teoria delle istituzioni e delle culture che generano dinamismo; approda a una riflessione sui presupposti antropologici e filosofici del capitalismo. È lo stesso uomo, lo stesso modo di lavorare, le stesse domande che si fanno via via più esplicite. Ma è anche, e questa è la cosa straordinaria, la traiettoria dell’economia stessa come disciplina.L’economia nasce, con Smith, dentro la filosofia morale. La “Ricchezza delle nazioni” del 1776 è inseparabile dalla “Teoria dei sentimenti morali” del 1759: l’agente smithiano è una creatura di simpatia, di autocontrollo, di desiderio dell’approvazione dello spettatore imparziale, non l’automa egoista che la posteriorità ne ha fatto. Mill, dopo di lui, scrive l’economia politica come parte di un programma più ampio che comprende la libertà individuale e lo sviluppo umano. Marshall, alla soglia del Novecento, definisce ancora l’economia come lo studio dell’uomo nelle ordinarie attività della vita. È con il Novecento che la disciplina si chiude nei propri confini, sviluppa l’apparato tecnico-matematico potentissimo che conosciamo, accetta la separazione dalle sue origini filosofiche. Ma alcuni grandi non hanno mai accettato fino in fondo questa rinuncia: Keynes, con le sue “prospettive economiche per i nostri nipoti”, pone già nel 1930 la domanda su cosa farà l’umanità di sé quando il problema economico della scarsità sarà risolto; Hayek, dall’altro versante politico, dopo il lavoro tecnico passa alla “Costituzione della libertà” e alla teoria degli ordini spontanei; Albert Hirschman scrive le “Passioni e gli interessi”; Amartya Sen costruisce la teoria delle capacità e “L’idea di giustizia”. Tutti, ciascuno a modo proprio, tornano alle domande di fondo, che rimangono nell’era dell’Intelligenza Artificiale.Vale la pena soffermarsi su Marshall, perché è in lui che la disciplina, alla soglia della sua chiusura tecnica, prova a tenere insieme il rigore analitico e il problema della funzione umana nel sistema capitalistico. Dopo Walras, fu Marshall ad affrontare più esplicitamente la questione del legame tra lavoro e realizzazione di sé, caratterizzando il mercato come un punto d’incontro tra domanda e offerta.In questo continuum, la caratteristica più originale del mercato è che esso permette agli agenti economici di trovare un equilibrio tra desideri e sforzi. Il modo più semplice per arrivarvi, dice Marshall ricostruendo la filogenesi classica, è quello dell’individuo che ottiene ciò che desidera direttamente dal proprio lavoro. Un secondo strumento è il baratto, ma entrambi sono primitivi e limitati nelle loro conseguenze pratiche; alla fine, l’emergere del mercato si presenta come una pura necessità.Al di là delle differenze di scuola tra micro e macroeconomia, Phelps è un grande protagonista di questo lungo dibattito storico, e ne occupa una posizione particolare. Più centrale tecnicamente di Hirschman; meno eterodosso politicamente di Hayek; meno filosofo sistematico di Sen. La sua specificità è stata l’unione, rara, di un contributo tecnico di primo rango: di quelli che riscrivono i manuali e cambiano la politica monetaria di mezzo mondo, con una riflessione matura, e mai improvvisata, sulle radici antropologiche del dinamismo economico. Per questo la sua opera è anche un piccolo monumento alla disciplina stessa: dimostra che si può essere tecnicamente rigorosi senza rinunciare alla domanda sul senso, e che si può arrivare alla domanda sul senso senza scappare nella vaghezza.L’eredità: un’economia per il bene comuneL’eredità che Phelps lascia è doppia. C’è l’eredità della teoria economica, ormai parte stabile del manuale: il tasso naturale, la curva di Phillips basata sulle aspettative, i modelli di ricerca di lavoro, la teoria degli slump strutturali. E c’è l’eredità simbolica, più fragile e più preziosa: l’idea che l’economia debba tornare a essere una scienza morale; che i mercati abbiano valore quando, e nella misura in cui, permettono alle persone di fiorire; che la prosperità non sia un dato tecnico ma un esito civico, dipendente dalla qualità della cultura, della fiducia, delle istituzioni, della vita democratica. Sono temi che oggi tornano, sotto forme diverse, in molti dei lavori più vivi della disciplina, dalla riscoperta dell’Economia Civile alla discussione su capitale sociale, culturale, spirituale; dalla teoria delle capacità sviluppata da Sen a una possibile macroeconomia civica che riconosca nei beni relazionali e nella legittimità morale le condizioni costitutive, e non residuali, della stabilità economica.Phelps diceva spesso che il bene di un’economia si misura nella possibilità, offerta a ciascuno, di trovare nel proprio lavoro non solo un reddito ma un’avventura. È una definizione che oggi, in tempi di lavoro povero, di stagnazione lunga, di disincanto civico, suona insieme antica e radicale. Forse questa è la cosa più importante, anche e soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale. Phelps ci ha mostrato, con sessant’anni di lavoro, che si può fare economia rigorosa senza dimenticare le ragioni profonde per cui ci interessa l’economia. Che la tecnica non è il contrario dell’umanesimo: ne è la forma adulta, quando è ben praticata. Che la disciplina economica non è condannata alla deriva tecnocratica, e che il ritorno alla filosofia morale non è una nostalgia, ma una possibilità viva.
Phelps, il Nobel in cerca di un’economia per il bene comune
Professore emerito alla Columbia University, era legato a Roma e all’Università di Tor Vergata. Diceva spesso che il bene di un sistema economico si misura nella possibilità, offerta a ciascuno, di trovare nel proprio lavoro non solo un reddito ma un’avventura









