È solo un caso che si scrivono queste righe critiche verso il Nazareno il giorno dopo la sconfitta di Pedro Sánchez, faro ideologico del Pd, in Andalusia. Ieri Starmer, oggi Sánchez.

Nessuno maramaldeggi o dia lezioni, che qui, come diceva l’economista Claudio Napoleoni, bisogna «cercare ancora». Queste righe si sarebbero scritte comunque dopo aver visto certe prese di posizione. Esempio, «la linea è una». Elly Schlein lo ripete non per omaggiare il centralismo democratico, di cui per cultura e per anagrafe non può avere contezza, ma per semplificare il problema. Il problema è quello della dialettica, del pluralismo, della democrazia interna.

«Poi si farà la sintesi», è l’altro mantra metodologico. La sintesi sua, s’intende. Suona tutto bene. Ma non funziona così. In un partito democratico «la linea» non è detto che sia una sola: anzi, non è mai una sola. Lasciamo stare la Dc, il Psi, lo stesso Pci. Ma nei Ds e nella Margherita e in tutta la vicenda successiva del Pd le posizioni sono sempre state ben più d’una. Il rischio spesso è stata la cacofonia.

Ma questa è la fatica di chi dirige: non c’è verso di annichilire la dialettica interna, almeno di non desiderare quel neo-stalinismo che residua dai meandri più retrivi della pratica comunista e da certa intransigenza cattolica che, vanamente, si sperava morti e sepolti. Il pluralismo interno è questo: rendere esplicite tutte le posizioni, e rispettare quelle minoritarie non pretendendo di silenziarle. Anzi, valorizzandole. Rendendo sempre possibile che diventino maggioritarie attraverso un dibattito anche aspro. Non puntando per forza a una linea sola: pure questo della “sintesi” sta diventando un mito propagandistico. Perché in molti casi non ci può essere sintesi, ma solo confronto permanente.