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Elisa Messina

Al convegno per il 30 anni del Cipm, il ritratto degli uomini che commettono violenze sulle donne: sono negatori e manipolatori. Ma il trattamento rieducativo, quando funziona, riduce la recidiva di reato. Fabio Roia, Tribunale di Milano: creati protocolli ad hoc

Perché preoccuparsi di «trattare» e addirittura cercare di «recuperare» un uomo che si è reso autore di reati di violenza verso una donna? Che si tratti di percosse o di violenza sessuale, o psicologica, che senso ha inventarsi protocolli e percorsi di trattamento e rieducazione per uomini maltrattanti, magari già condannati e in esecuzione della pena, ovvero in carcere? Non è preferibile «buttare via la chiave?».

Quando trent'anni fa il criminologo Paolo Giulini, basandosi su pratiche già in uso in Canada, iniziò a creare percorsi di trattamento in gruppo per uomini autori di violenza di genere fece una scelta pioneristica. Come spiega lo stesso Giulini: «Scomporre la violenza, rendersi consapevoli di quello che si è commesso per non ripeterlo più», ecco lo scopo del lavoro che da 30 anni svolge a Milano il Cipm, Centro Italiano per la mediazione fondato da Giulini. «Questi rei, una volta finita di scontare la pena, rientrano nella società e la recidiva per chi frequenta con successo i nostri gruppi è del 2,3%, ecco, spiegato da Francesca Garbarino, vicepresidente Cipm, il senso di questi trattamenti e del lavoro dei Cuav, i centri unomini autori di violenza. «Un padre maltrattante resta un padre» osserva Paola Ortolan, presidente del Tribunale mnorile di Milano, «Ci sarà sempre una relazione con cui dovrà fare i conti. Per questo il percorso di trattamento è importante».