«Se io avessi una sorella o un’amica, insomma una persona a me cara, vittima di violenza, che mi chiede un consiglio, la prima cosa che le direi è di rivolgersi a un centro antiviolenza, perché è il luogo deputato all’ascolto, alla vicinanza e alla comprensione della donna che ha problemi di violenza domestica». A usare queste parole è Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, da anni in prima linea nel contrasto alla violenza di genere, che aggiunge: «Purtroppo, e questa è una considerazione amara, ancora poche donne lo fanno».

Esiste, dunque, ancora un problema di diffidenza?

Bisogna continuare a ripetere che rivolgersi a un centro non ha nulla di discriminatorio, ma che anzi quello non solo è un luogo di accoglienza, ma anche un contesto in cui si può accedere ai consigli di persone competenti. Tutti i centri infatti hanno a disposizione avvocati, civilisti e penalisti, oltre che psicologhe e operatrici dell’accoglienza. In questo senso il mio è un appello: chiedete aiuto ai centri piuttosto che parlarne con i parenti o con gli amici. Perché parenti e amici non sono preparati sul tema ma soprattutto perché potrebbero dare consigli di natura conservativa sulla relazione.

I centri sono anche presìdi di prevenzione, è d’accordo?