Nel suo saggio What’s Happening to Reading? pubblicato sul New Yorker nel giugno 2025, Joshua Rothman traccia una mappa delle trasformazioni radicali che l’Intelligenza Artificiale sta operando sull’esperienza della lettura. Andrea Colamedici sul sesto numero della rivista ES Journal del 2025 amplia l’analisi di Rothman suggerendo chiavi interpretative che vanno ben oltre il mondo dei libri, applicandola in particolare alla fruizione cinematografica.Indice degli argomenti
Dalla Parentesi Gutenberg alla fruizione digitaleLa Parentesi Lumière e il cinema nell’epoca dell’IALa Parentesi Edison nella storia della musica registrataTelevisione, radio e supporti autoregistrantiMusica generata dall’IA e opera d’ingegnoOmologazione culturale e fruizione di massaDalla Parentesi Gutenberg alla fruizione digitaleRothman introduce il concetto di “Parentesi Gutenberg” come quel periodo storico inaugurato dall’invenzione della stampa in cui a dominare è stato un ecosistema strutturato di pubblicazioni. Colamedici individua una “Parentesi Lumière”, che si apre con la prima proiezione pubblica del 28 dicembre 1895 al Grand Café di Parigi, e si chiude con l’avvento dell’IA a sovvertire le convenzioni di produzione, distribuzione e fruizione delle immagini in movimento.Viene allora spontaneo allargare la riflessione al mondo della musica, ipotizzando una “Parentesi Edison” avviata da Thomas Edison nel 1877 con l’incisione sul suo fonografo a cilindro di stagnola della filastrocca Mary Had a Little Lamb in funzione di un’immediata riproduzione ascoltabile.Come delimitare queste epoche? Secondo Rothman dopo l’invenzione della stampa un individuo poteva oziare a piacimento e leggere un libro di suo gusto senza che nessuno venisse mai a sapere che l’aveva fatto, a meno che non fosse lui stesso a informarlo. Poi un giorno Internet ha chiuso la parentesi di Gutenberg aprendo la strada a forme di comunicazione più fluide, decentralizzate e conversazionali, smaterializzate nel digitale, algoritmicamente guidate. L’attenzione del lettore si è automatizzata, attingendo a un’auctoritas sempre più unificata e quindi indebolita, agendo più per sintesi che per esperienza, puntando alla mera estrazione di dati e al riassunto anziché alla co-creazione del testo nella lettura compiuta di uno specifico autore.La Parentesi Lumière e il cinema nell’epoca dell’IAColamedici teorizza lo stesso per il cinema, nato come attrazione, evoluto «attraverso continue innovazioni tecniche – dal sonoro al colore, dal widescreen al digitale – in un agone strutturato dalla tensione tra arte e industria, tra visione autoriale e necessità commerciali», costretto ora a un ripensamento completo sotto la spinta dell’Intelligenza Artificiale.Laddove nell’esperienza pre-digitale si andava al cinema come scelta individuale mediata in un rito collettivo, ci si riferisce ora a piattaforme digitali in modalità solo apparentemente privata, lasciando tracce, producendo dati, alimentando algoritmi che analizzano, predicono e orientano i gusti di utenti in scelte sempre meno individuali. Chiusa la “Parentesi Lumière”.La Parentesi Edison nella storia della musica registrataLa “Parentesi Edison” ai primordi gode di gloriosi momenti incisi su fonografo: Johannes Brahms esegue un frammento della sua Danza Ungherese n. 1 al pianoforte nel 1889, Pyotr Ilyich Tchaikovsky nel 1890 scherza fischiettante con alcuni musicisti tra cui Anton Rubinstein, Enrico Caruso nel 1902 a Milano incide Vesti la giubba, dai Pagliacci di Leoncavallo, realizzando il primo disco da un milione di copie vendute della storia.Da allora la fruizione a mezzo vinile ha unito collettività sempre più folte nell’ascolto individuale di successi dalla loro cameretta fino alle luci stroboscopiche delle discoteche, per poi trasformarsi nella plastica del CD letto in auto dal raggio laser, illusoria promessa di eternità deconcretizzata a sua volta negli ascolti sulle piattaforme musicali, verso una globalità sempre più consistente man mano che la corporeità del mezzo evapora nella virtualità digitale. La scelta del singolo ascoltatore viene così ad assottigliarsi in misura direttamente proporzionale alla diminuzione dell’offerta analogica e l’Intelligenza Artificiale trionfa con l’improntitudine di un’Alexa che riconosce solo massimalismi da playlist programmati a discapito delle ricchissime realtà musicali indipendenti.Chiusa la “Parentesi Edison”.Televisione, radio e supporti autoregistrantiÈ vero che lungo il percorso della parentesi cinematografica si è intromesso l’elemento di disturbo della televisione, andando a ibridare la fruizione di prodotti profondamente diversi sebbene simili e influenzando intere comunità impegnate a commentare serie TV come fossero film.Se il messaggio del mezzo televisivo, come ebbe a sostenere Marshall McLuhan, è la televisione stessa, non si può dire altrettanto dell’opera cinematografica, linguaggio veicolante nel bene e nel male mille altre realtà e irrealtà. Che ora le piattaforme cinematografiche siano pervase da fiction televisive governate da altre leggi ma imitanti la struttura filmica è manifestazione concreta della chiusura della “Parentesi Lumière”, aperta con lo spavento dello spettatore dinanzi al treno che entra in stazione e conclusa con lo spettatore che grazie all’IA guida l’ingresso del treno nell’interazione programmata di un videogame.Nella parentesi discografica la radio ha dapprima amplificato il successo corporeo della riproduzione meccanica per poi prenderne il posto in trasmissioni talmente seguite da obbligare l’introduzione a metà brano di annunci destinati a guastarne l’ascolto integrale e la proditoria registrazione. La radio RAI nell’epoca d’oro della pirateria sanremese ha incrementato l’industria delle audiocassette favorendo un poderoso regime di concorrenza sleale con le case discografiche, contribuendo forse ad accelerarne l’affossamento in una sorta di democratizzazione pseudo digitale ante litteram.Lo stesso è avvenuto nell’industria delle videocassette con registrazioni notturne programmate di film introvabili scaricati dalle reti TV grazie alla privatizzazione dello strumento di incisione e riproduzione. Entrambi i movimenti illegali hanno costretto le industrie a rivedere le loro priorità commerciali eliminando supporti autoregistranti in favore del modello di fruizione odierna, le cui sacche di resistenza sono i cinema d’essai e il baratto del vinile nei mercatini vintage. Anche la scomparsa dei CD-ROM e la chiusura dei portali per le chiavette USB nei computer rientrano in questa politica di inibizione dell’autoregistrazione in favore di abbonamenti a nuvole condivise, esempi probabilmente non ancora definitivi di memoria digitalizzata.Musica generata dall’IA e opera d’ingegnoMa se a chiudere la Parentesi Gutenberg è stata l’alluvione di testo spazzatura, la frammentazione dell’attenzione, la lettura come interfaccia anziché come viaggio e la trasformazione del lettore in utente, se a chiudere la Parentesi Lumière sono stati i film di due ore riassunti in formato Tik Tok, le sceneggiature artificiali e la produzione standardizzata profilata sui gusti del pubblico, a chiudere la Parentesi Edison non sarà la fabbricazione dei propri brani a opera di non musicisti grazie alle applicazioni IA di settore, bensì l’orda creativa fasulla e plausibile immessa nel mercato musicale da aziende che del fake hanno fatto una missione finanziaria.È il caso di Eddie Dalton, cantante fittizio all’incrocio tra Otis Redding, Sam Cooke e BB King, con tre canzoni nella top 10 di iTunes, di cui una, Another Day Old, in prima posizione. Generata tramite Intelligenza Artificiale dalla società Crusty Tunes e distribuita sulle principali piattaforme streaming senza dichiararlo, questa emanazione dell’easy listening R&B in un mondo musicale di sottofondo neutralizza il presupposto dell’opera d’ingegno musicale riascoltata: che sia registrata cioè da un corpo con una storia che agisce in uno spazio per trasformare in arte riproducibile la sua esibizione.Eddy Dalton è la soluzione finale in fatto di personalità costruite a tavolino dalle case discografiche. L’ipocrisia pubblicitaria giunta al suo apogeo. Un elemento privo di extratesto, senza una vita e una tangibilità parificata a chi l’ascolta, non John e Yoko celebrati nell’omonima ballata, non Birkin e Gainsbourg che forse fanno l’amore davvero in sala d’incisione registrando Je t’aime… moi non plus, non i Rolling Stones che incidono We love you appena usciti di galera dopo l’arresto per droga. Certo, una storia potrebbe essere inventata pure per Eddie Dalton, qualunque IA potrebbe farlo, ma è in questa “qualunquità” che casca l’asino.Omologazione culturale e fruizione di massaPer inciso, o detto tra parentesi, il testo di Another Day Old coniuga perfettamente la piccola poesia per palati uniformati già commercializzata nel cinema e nell’editoria, facendo senza merito e ironia ciò che Andy Warhol aveva fatto con corrosiva consapevolezza: riproporre al pubblico in forma d’arte la banalità che esso usualmente già consuma. Un’Intelligenza Artificiale, per cui il tempo fisicamente espresso non può avere significato, filosofeggia con la voce misuratamente rauca di Dalton sul tempo che passa, tempo umano, aggiungendo a ogni giorno una perla di esperienza. Diogene si rivolta nella botte.C’è una forza centrifuga che illude l’individuo di porsi al centro con prodotti sempre più simili a sé e spettacoli sempre più su misura, uniformandolo invece alla tendenza globale di una fruizione di massa. È questo a chiudere tutte le parentesi. Non c’è da lamentarsi, l’individuo non ha futuro: l’omologazione è ciò che ogni movimento totalitario persegue, la democrazia non è che il governo della maggioranza e la Silicon Valley è una plutocrazia imprenditoriale che massifica individui illudendoli di esprimere sé stessi liberamente. Ma quanto è cieca la massa? Risponde con un caustico aforisma Marcello Marchesi, grande pubblicitario: «Mangiate merda! Milioni di mosche la scelgono ogni giorno».







