VENEZIA - Sul fine vita, il presidente della Regione del Veneto Alberto Stefani dovrà vedersela anche con gli attacchi provenienti dalle stesse file della maggioranza. A contestare l’idea lanciata dal governatore di una proposta di legge statale di iniziativa regionale sul suicidio medicalmente assistito è Stefano Valdegamberi, eletto con la Lega e ora nel Gruppo misto con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Da sempre contro il fine vita, Valdegamberi non le manda a dire: «Ma quale legge statale di iniziativa regionale. Sono il più longevo del consiglio regionale del Veneto e in oltre vent’anni di attività non ho mai visto un testo partito da Venezia essere poi approvato a Roma. Quello che Stefani ci sta proponendo è una assoluta perdita di tempo. Ci stiamo riempiendo la bocca di riforme, ma allo stato attuale non ne abbiamo portato a casa neanche una. Faccio un solo esempio: che fine ha fatto la legge sui caregiver?».
L’ACCUSA L’attacco di Valdegamberi è frontale e non risparmia Manuela Lanzarin, leghista, presidente della Quinta commissione Sanità e Sociale: «Chiedo a Lanzarin - dice Valdegamberi - se per lei è prioritario togliere il dolore ai pazienti o ammazzare le persone. Ha detto che finiti gli argomenti attualmente in discussione, in commissione verrà incardinata la proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito. Bene, ma la mia proposta di legge sulle cure palliative? L’avevo presentata già nella scorsa legislatura ed è stata insabbiata, l’ho ripresentata lo scorso gennaio e ancora non è stata presa in considerazione». In realtà, in base allo statuto, le proposte di legge “popolari”, qual è appunto quella sul suicidio assistito, devono essere iscritte all’ordine del giorno del consiglio regionale decorsi sei mesi dalla presentazione. Cosa che appunto avverà a metà luglio per quella sul fine vita. Ma l’esponente vannacciano annuncia battaglia anche su questo fronte: «È la stessa legge che abbiamo discusso e bocciato due anni fa, per quale motivo dobbiamo continuare a discuterlo? Io chiedo semmai di discutere le mie proposte di legge: quella per semplificare il sistema di accreditamento e i rinnovi successivi delle strutture sociali e socio-sanitarie e quella sulle cure palliative. E c’è sempre la riforma delle Ipab che giace». LA CONTA Il conteggio parziale di 22 consiglieri favorevoli alla legge popolare sul fine vita su 51 consiglieri potrebbe essere aggiornato. Non, però, con la leghista Morena Martina che pure la settimana scorsa era tra il pubblico a Palazzo Ferro Fini alla presentazione del docufilm sulla vita di Stefano Gheller, il cinquantenne di Cassola (Vicenza) morto a febbraio 2024 dopo una vita di lotta contro la distrofia muscolare, che l'aveva spinto a chiedere e ottenere il suicidio medicalmente assistito, anche se poi non ne aveva fatto ricorso. «Resto favorevole ad una legge parlamentare - ha detto la consigliera regionale Martini -. Una legge nazionale è l'unica via che possa uniformare le varie proposte regionali che potrebbero essere impugnate». C’è chi ipotizza un ripensamento di Anna Maria Bigon, la dem che nel 2024 si astenne e che stavolta potrebbe votare a favore se la proposta di legge di iniziativa popolare sarà adeguatamente emendata. “La delicatezza e profondità del tema richiede il massimo e reciproco rispetto delle diverse sensibilità. Per i Democratici il pluralismo è una ricchezza. E siamo convinti che la libertà di coscienza sui temi etici possa e debba contemperarsi con l’esigenza di arrivare a una sintesi che tuteli un altro diritto fondamentale: quello all’autodeterminazione di ciascuna persona”, è la posizione dei dem sintetizzata in un documento. «Rispetto alla scorsa legislatura - ha detto Bigon - siamo d'accordo che come gruppo Pd lavoreremo per emendamenti quali la previsione e l'accesso alle cure palliative. Chi accede alle cure palliative generalmente non chiede il suicidio medicalmente assistito. Sulle cure palliative sto anche lavorando per depositare una legge specifica. E nel frattempo sul tema stanno lavorando a livello nazionale».






