Un’abilitazione da avvocata già in tasca, un dottorato internazionale e diverse esperienze all’estero. A quasi 32 anni, Federica Torta incarna uno di quei profili che in Italia dovrebbero trovare spazio naturalmente. E invece no. Nell’estate del 2024 arriva la scelta di trasferirsi in Svizzera, seguendo non solo il compagno – ricercatore a Zurigo – ma soprattutto una vocazione precisa: lavorare nel campo dei diritti umani, oggi declinata nell’ambito dell’asilo. Una scelta che nasce da una tensione irrisolta tra ciò che si è e ciò che il sistema consente di diventare.

“Dopo l’abilitazione professionale per me è andata molto bene”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Sono uno dei pochi casi: parlando inglese e francese ho trovato lavoro prima a Rovigo, poi a Torino, in uno studio che mi piaceva molto. La retribuzione funzionava, facevo diritto commerciale. Ma non era quello che volevo davvero”. Il punto non è quindi la mancanza di opportunità, ma la difficoltà di trovare una collocazione coerente con il proprio percorso e i propri valori. “Per chi si occupa di diritti umani in Italia è molto difficile trovare una posizione stabile. Io avevo già fatto esperienze in Palestina, a Cipro, in Indonesia, anche in Italia durante il servizio civile. Ma non riuscivo a trasformare tutto questo in un lavoro”.