In mezzo a questo eterno bollettino di guerra – marchi che muoiono, stabilimenti che chiudono, patrimoni che migrano verso est come stormi di gru impaurite – arriva, improvvisa, una notizia che sa di miracolo. Due nomi che odorano di olio bollente, di polvere di strada e di gloria novecentesca tornano a respirare: Itala e Osca. Non in mano ai soliti cinesi che comprano tutto quello che luccica e lo ribattezzano “premium”, ma sotto la custodia di un imprenditore italiano, Massimo Di Risio, quello della DR Automobiles. E la promessa è chiara: si produce qui, a Macchia d’Isernia, in quel Molise che inizia ad essere una regione protagonista nel mondo dei motori. Due fabbriche italiane, due marchi italiani, due storie che tornano a camminare sulle proprie gambe. Che bello, davvero. La Itala nacque a Torino nel 1903, quando l’automobile era ancora un’avventura da gentiluomini temerari. Nel 1906 Alessandro Cagno la portò alla vittoria nella prima Targa Florio di sempre, su quelle strade siciliane che sembravano disegnate dal diavolo per far morire di spavento i piloti. L’anno dopo, la stessa Itala – guidata da un principe, il barone Scipione Borghese – vinse il raid Pechino-Parigi, quarantadue giorni di steppe, fiumi in piena e dogane corrotte. Era l’Italia che non chiedeva permesso a nessuno: partiva dal Piemonte con un motore a scoppio e arrivava fino in Cina per dimostrare che sì, si poteva. Poi l’Osca, acronimo bellissimo di Officine Specializzate Costruzione Automobili, fondata nel 1947 dai fratelli Maserati – Ettore, Ernesto, Bindo – rimasti senza il loro cognome dopo aver ceduto la ditta agli Orsi. Una storia da romanzo: tre uomini che, cacciati dal loro stesso marchio, si mettono in proprio in un garage di Bologna e costruiscono auto che corrono come diavoli. Partecipano pure a quattro Gran Premi di Formula 1, tra il ’51 e il ’53. Il miglior risultato? Un nono posto a Monza, nell’esordio, con Franco Rol al volante. Nono posto, ok. Ma in un’epoca in cui la Formula 1 era ancora un duello tra cavalieri, quel nono posto sapeva di medaglia al valore. Oggi, mentre tutto il resto sembra una svendita continua, Massimo Di Risio annuncia che quelle due sigle torneranno a essere automobili vere, fatte qui, con mani italiane. Non è retorica patriottarda: è semplicemente il contrario di quello che ci hanno raccontato per vent’anni. Che l’unico destino possibile fosse diventare una succursale low-cost di qualcun altro. E allora viene da sorridere, con quella malinconia ironica che ci accompagna da sempre. Perché l’Italia è fatta così: capace di inventare la Targa Florio e il raid Pechino-Parigi, capace di costruire l’Osca in un’officina di periferia, e poi di dimenticarsene per decenni. Di vendere pezzi di sé al miglior offerente e, all’improvviso, di riscoprire che quei pezzi erano ancora suoi. Per una volta, in mezzo al solito rosario di disastri, la notizia non è che qualcosa muore. È che qualcosa rinasce. E già questo, in tempi come i nostri, è un piccolo, ostinato miracolo.
Che bello il ritorno dei marchi Itala e Osca
Il Gruppo Dr Automobiles rilancia due storici brand italiani: un piccolo miracolo di questi tempi










