Un palinsesto fermo da vent’anni per una televisione morbosa e incapace di guardare avanti in una società sempre più frammentata. Sia pur tra applausi e risate, è questa l’impietosa diagnosi sulla TV odierna che Fiorello e Aldo Grasso hanno formulato ieri davanti alla platea del Salone del Libro. L’occasione è stata la presentazione del saggio del noto critico televisivo, Cara televisione (Raffaello Cortina Editore).
Fiorello, si sa, è come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump, non sai mai quello che ti capita, o meglio, sai che comunque vada sarà uno spettacolo. È così è stato. Il vulcanico showman si presenta tra applausi scroscianti sul palco dell’Auditorium del Lingotto assieme al professore. Subito inizia a scherzare con Anna Di Domizio, volto storico del Salone e preziosa traduttrice nella lingua dei segni per i non udenti. «Come si dice Fiorello nella lingua dei segni? E Aldo Grasso?». È solo il primo di una serie di siparietti. Grasso lancia subito il tema. «Secondo me il tuo show, Stasera pago io, è stato uno dei più bei programmi della storia della televisione italiana. Perché non si possono più fare quei programmi?». Fiorello la prende alla lontana partendo dalla televisione che lo ha formato. «Ho compiuto da poco 66 anni. Sono un ragazzino della tv in bianconero. Ho vissuto gli albori dei grandi varietà che mi hanno formato. Quelli di Antonello Falqui. La televisione era caratterizzata da appuntamenti. Il lunedì c’era il film, il martedì la politica, il mercoledì un altro film, il giovedì il quiz di Mike. Si arrivava al sabato sera per il varietà, mentre la domenica c’era lo sport. Io ho visto il tennis in biancoenero e la prima volta che vidi un campo da tennis scoprendo che era rosso fu la prima volta che esclamai: minchia!», altre risate. «Quegli spettacoli erano molto curati. C’erano dei grandi professionisti. Avevamo forse i varietà più belli della televisione mondiale. Pensate chi eravamo e dove siamo arrivati», partono gli applausi. «E io mi sono formato con quella televisione».







