È stato una delle menti più visionarie nel prospettare lo sviluppo del web. Ma non solo: è stato anche protagonista del folklore post-hippie, autorevolissimo esponente della cybercultura, saggista, poeta, paroliere del gruppo acid rock Grateful Dead. Kevin Kelly, uno dei fondatori della rivista che state leggendo, lo definì addirittura “il sindaco dell’internet”. Si chiamava John Perry Barlow, ed è morto nel 2018, a settant’anni. Cinque anni prima della morte di Barlow, nel corso di un Next Fest organizzato sempre da Wired Italia– ci perdonerete l’autoreferenzialità – l’artista Miltos Manetas ha raccontato un aneddoto risalente agli anni Novanta e per certi versi molto illuminante. “Dopo un po’ di mesi che ci conoscevamo, un pomeriggio, a New York, John [Barlow] all’improvviso mi fece una domanda: ‘Miltos, vuoi sapere come è nato internet?’ Poi scomparve nel suo appartamento. Lo sentii aprire un armadio e dei cassetti, e dopo lo vidi tornare con due bellissime siringhe di metallo che riempì con una sostanza liquida, chiamata ketamina, un anestetico per cavalli usato anche come droga e ribattezzato ‘Special K’. John mi praticò quindi un’iniezione di ketamina e poi mi disse: ‘Ma vuoi proprio sapere com’è nato internet?’. Risposi di sì e allora mi fece una seconda iniezione di ketamina”. Il paradosso – che non lo è neanche troppo, come vedremo a breve – è che una delle caratteristiche principali della ketamina, farmaco sintetizzato per la prima volta nel 1962, è che agisce per dissociazione, disconnettendo la mente dal corpo, laddove internet è invece lo spazio delle connessioni per antonomasia. Il senso dell’aneddoto di Manetas è in realtà più profondo: il cyberspazio è anch’esso luogo di dissociazione, tra realtà corporea e matrice virtuale, ed è qui che va cercata la risonanza con la ketamina. Sorprendentemente, quella appena raccontata non è l’unica analogia tra la sostanza e lo zeitgeist del mondo che abitiamo, luogo a un tempo di iperdistacco e iperconnessione. Carlo Mazza Galanti, traduttore, critico letterario e giornalista culturale, ne ha trovate a bizzeffe, dai delfini ai techbro della Silicon Valley, passando per i rapimenti alieni e la ricerca del “siero della verità” durante la guerra fredda, e sciorinate nei sessantaquattro capitoletti di K-Hole – Come la ketamina ha inventato il futuro (Not 2026), una libro combinatorio a metà tra il saggio, il pamphlet e lo zibaldone, un po’ Infinite Jest un po’ Tesoretto dell’amico renano, che attraverso la lente dissociativa della ketamina riscrive molti dei topoi dell’immaginario contemporaneo e ne propone una chiave di lettura acuta e inquietante insieme. Un libro esso stesso ketaminico, insomma, ma d’altronde, parafrasando Dino Buzzati, “se dalla poesia ermetica è germinata quasi per necessità una critica ermetica, non era giusto che dalla ketamina nascesse una critica ketaminica?”.Carlo Mazza Galanti, perché proprio la ketamina? Perché non l’Lsd, l’Mdma, o qualche altra sostanza del rinascimento psichdelico?La ketamina è la sostanza che tra tutte è più sulla breccia, sia per gli usi terapeutici che per quelli ricreativi. La sua legalizzazione terapeutica risale al 2019 con lo Spravato, uno spray nasale usato anche in Europa per trattare la depressione resistente agli altri farmaci. Di recente, in Francia, ne è stato approvato l’uso endovena per i casi di depressione con rischio di suicidio. L’idea clinica è quella di fornire un vero e proprio reset, uno shock neurologico in grado di disinnescare i circuiti depressivi.E quindi, per porti la stessa domanda in altri termini: cos’ha la ketamina che le altre sostanze non hanno (o viceversa)?La dissociazione. È un potente dissociativo. Tra l’altro non è l’unico: c’è anche la Pcp, la fenciclidina, droga conosciuta come “polvere d’angelo” (da cui deriva direttamente), e poi l’Mxe o il protossido d’azoto. Eppure, la ketamina è quella che è entrata più stabilmente nel mainstream. E proprio la dissociazione è la chiave per innestare la ketamina nell’attualità, perché corrisponde alle dissociazioni che viviamo quotidianamente anche senza assumere sostanze. Pensa alla tecnologia: viviamo fisicamente in un luogo, ma trascorriamo 24 ore su 24 nel cyberspazio tramite smartphone o computer. Questa connessione costante è, a sua volta, una disconnessione profonda dal nostro corpo. Curiosamente, la ketamina è stata sempre associata all’immaginario tecnologico: il cyberpunk degli anni Novanta, i robot, le matrici informatiche, le strutture computazionali, con tutti i risvolti complottisti, gnostici e paranoici del caso. E, non ultimo, è la droga dei fomentoni della Silicon Valley, dei tech workers. Elon Musk dice di usare ketamina. Peter Thiel investe in società come Compass Pathways e Atai, che puntano proprio sulle terapie psichedeliche e ketaminiche.In verità questo “intreccio” ketaminico non comincia oggi. Nel libro parli del progetto Mk-Ultra e soprattutto racconti le vicende di due scienziati fuori dal comune, John Lilly e Salvador Roquet.Sì. Evidentemente la ketamina non viene fuori dal nulla, fa parte della storia della psichedelia. Per capirne l’immaginario bisogna studiare l’intersezione tra cibernetica e psichedelia degli anni Cinquanta e Sessanta, la cosiddetta cyberdelia. In quegli anni, scienziati come Norbert Wiener iniziarono a teorizzare il cervello come biocomputer, suggerendo che la percezione fosse “programmabile”. Ma erano anche gli anni della Guerra Fredda, in cui le superpotenze conducevano studi come Mk-Ultra, funzionali al lavaggio del cervello, alla sintesi di un siero della verità e cose così: tutto questo immaginario è confluito nel mondo ketaminico. Ancora adesso molta gente che la assume ragiona come il neuroscienziato John Lilly, uno dei più accaniti psiconauti ketaminici: prendo la ketamina per metaprogrammare il cervello, per riprogrammarlo, per ricostruire immagini corporee diverse, per modificare la percezione della realtà. Quest’idea della realtà come riscrittura del software cerebrale è presentissima nell’immaginario della ketamina. E poi c’è la storia di Salvador Roquet, lo scienziato messicano che organizzava sedute “terapeutiche” che ricordano altri dispositivi della Guerra Fredda: isolamento, bombardamento sensoriale, uso di dissociativi. Voleva guarire il benessere sociale, ma pare anche avesse legami con i servizi segreti.In questo senso c’è anche qualcosa di epistemologico nella ketamina: ingegnerizzare il nostro modo di apprendere le cose e produrre conoscenza.Assolutamente sì. Nella ketamina c’è qualcosa di epistemologico che si mischia, curiosamente, a elementi metafisici e spirituali. La ketamina si muove nella neuropolitica: da una parte ci sono quelli, tipo Elon Musk, che dicono che attraverso sostanze come la ketamina o tecnologie come Neuralink si può arrivare a un controllo degli stati della coscienza e della realtà (e ovviamente hanno in mente un certo tipo di controllo e di realtà); dall’altro c’è per esempio l’uso che ne fanno nella galassia queer e trans, come sostanza che permette di percepire diversamente il proprio corpo. In quel caso entrano in gioco aspetti più controculturali, radicali e intersezionali. Ma, scavando scavando, viene fuori che entrambe le visioni condividono l’utopia di un salto evolutivo, per cui a un certo punto abbandoneremo la dimensione corporea per trasferirci in uno stato di transumanesimo.Quello che racconta O’Connell in Essere una macchina.Sì, un delirio culturale di onnipotenza. L’effetto ultimo di un libertarismo talmente radicale che a un certo punto si comincia a pensare di poter essere liberi anche dalla dimensione biologica. Di avere il diritto non solo di essere quello che vogliamo, ma di esserlo indipendentemente dal corpo e dalla natura biologica che ci siamo trovati addosso.A proposito di corpo, un’altra analogia “ketaminica” è quella con le intelligenze artificiali, intrinsecamente disincarnate, libere dal corpo e dagli stimoli sensoriali. Esiste una coscienza senza corpo?È una domanda che si faceva anche Lilly, quando si immergeva nelle vasche di deprivazione sensoriale, prendeva la ketamina e viaggiava con la mente per capire se esistesse una dimensione coscienziale indipendente dal corpo. A proposito di intelligenze artificiali: una giornalista del New York Times ha raccontato la storia di utente che si era appassionato alle teorie della simulazione conversando con ChatGPT. A un certo punto, l’intelligenza artificiale gli ha suggerito di smettere di prendere psicofarmaci, isolarsi e usare più ketamina perché “è un rivelatore”, arrivando persino a consigliargli di saltare dalla finestra per liberarsi del corpo (fortunatamente non l’ha fatto).Depressione e psicosi a parte, questo “distacco” può essere impiegato a scopi terapeutici?Il neuroscienziato indiano Vilaynur Ramachanran racconta la storia di un chimico clandestino, noto con il nickname Fast ‘N’ Bulbus (una citazione da Captain Beefheart), che aveva perso il braccio in un attentato dell’Ira e che soffriva del dolore dell’arto fantasma. Ha cominciato a interessarsi ai dissociativi, in particolare alla ketamina, e con l’assunzione della sostanza ha superato il dolore. L’arto fantasma è a tutti gli effetti un bug cognitivo, e la ketamina aiuta a premere reset, distaccando il cervello dall’arto che non esiste e riconfigurando quello che i neurologi chiamano homunculus sensoriale. È una storia pazzesca di citizen science.Cosa c’entrano i delfini con la ketamina?Dobbiamo tornare a John Lilly, che è il responsabile della nascita del trend del delfino come animale dotato di capacità cognitive superiori. Basandosi sull’assunto completamente infondato che un cervello più grande indicasse un’intelligenza superiore, pensava che i cetacei fossero intelligentissimi. Ha cominciato a studiarli sotto l’effetto della ketamina: immaginava un complotto cosmico di alieni che volevano controllare l’umanità, e pensava che imparare a comunicare con i delfini fosse propedeutico per entrare in contatto con questi alieni. Una vicenda incredibile che ha lasciato tracce profonde nella nostra cultura: il delfino Flipper della serie televisiva degli anni Sessanta era proprio uno dei delfini di Lilly.Recentemente ho chiacchierato con Andy Mitchell, un neuroscienziato che ha “testato” dieci psichedelici raccontando l’esperienza nel libro Dieci trip. Mi ha parlato della ketamina come stramba e divertente. Sei d’accordo?Il punto è che gli effetti della ketamina cambiano moltissimo a seconda del dosaggio. Per questo è diventata anche una party drug: chi fa serate con la ketamina non cerca il k-hole, ma assume mini-dosaggi che creano una percezione bizzarra e stramba della realtà, che effettivamente può diventare anche divertente.Ecco, il k-hole, che dà anche titolo al libro. Perché si parla di buco?Si tratta dello stadio ultimo e più radicale dell’esperienza ketaminica, il momento in cui la dimensione corporea è completamente azzerata. Si ha l’impressione di cadere in un tunnel spaziotemporale, vivendo sogni lucidi e credendo di aver toccato il nocciolo spirituale della realtà. È un buco in cui, nello stesso tempo, si sprofonda in basso e si ascende in una realtà ctonia. E questo porta alla derealizzazione, corporea e ontologica, in cui la realtà si svuota di senso. È una metafora utile per leggere il disagio psichico odierno: la dissociazione dà accesso a piani virtuali di grandissima libertà e soddisfazione immediata, come le scariche di dopamina dei social, distaccandoti dalla vita reale.Difatti, a proposito di disagio psichico, la ketamina è anche una lente per leggere la psicosi, e in particolare la schizofrenia.Il parallelo tra ketamina e schizofrenia è definito “paradigma psicotomimetico”. La sensazione dello schizofrenico di essere controllato si ritrova nell’immaginario paranoico della simulazione ketaminica. Ci sono analisi quantitative che mostrano come la ketamina riduca la percezione dell’agency, della volontà, del libero arbitrio. A differenza degli acidi, in cui si è parte attiva, la ketamina induce passività totale, una dissoluzione dell’ego che può essere agghiacciante. E anche in questo caso c’è una forte metafora del nostro tempo: nella società iperconnessa siamo dipendenti da sistemi fuori dal nostro controllo, che erodono costantemente la nostra agency individuale. La dissociazione offre una via d’accesso a piani virtuali di grandissima libertà e soddisfazione immediata, ma ci distacca dalla vita reale esattamente come i picchi di dopamina generati dai like sulle piattaforme.Questa frammentazione di coscienza e conoscenza di riflette anche nella struttura reticolare che hai scelto per il tuo testo, che richiama l’Oulipo, Perec e l’andamento disarticolato di autori come David Foster Wallace, Thomas Bernhard o, nel cinema, David Lynch.L’idea era proprio quella di creare un testo dissociato e riassociabile, una griglia combinatoria che altera la temporalità per mimare l’esperienza ketaminica e la perdita di punti di riferimento fissi. È un testo aperto che sfida la narrazione lineare, ma possiede un andamento a spirale: costringe il lettore a scendere sempre più giù. Nel buco.Infine, un fondamentale disclaimer dalla nota informativa del libro:Questo saggio è il prodotto di una ricerca condotta a scopi puramente intellettuali. Né l’autore scrivendolo, né l’editore pubblicandolo, hanno avuto l’intenzione di istigare al consumo di sostanze illegali e nulla di quanto riportato al suo interno va considerato come un invito ad assumere comportamenti vietati dalla legge.
L'algoritmo della dissociazione, ovvero perché la ketamina è la droga del nostro tempo
Dai laboratori della Guerra Fredda ai “tech bro” della Silicon Valley, è la sostanza che meglio definisce la nostra epoca. Ne abbiamo parlato con Carlo Mazza Galanti, autore di K-Hole – Come la ketamina ha inventato il futuro









