Firenze, 3 maggio 2026 – Dj o speaker? O magari attore? Gianfranco Monti sorride e scuote la testa prima di snocciolare le definizioni in cui si riconosce meglio. La prima porta dritto al suo lavoro. “No, non chiamatemi dj, è troppo moderno… io sono stato e sono un disk jockey. Sì, il nome tutto intero, come si diceva, con orgoglio, negli anni in cui ho trasformato la mia passione nel mio mestiere. La contrazione dj la lascio ad altri. A chi è più giovane”.

Dunque: buongiorno, Monti, disk jockey fiorentino, va bene così?

“Quasi. Perchè se posso descrivere il mio essere fiorentino allora mi piace definirmi bottegaio. A Firenze essere chiamato bottegaio è come una targa, un riconoscimento. E poi mio padre era un bottegaio vero. Tonino, ha fatto il barbiere per 60 anni. Tifava Bologna. Uno dei suoi migliori clienti era l’allenatore della Fiorentina, il Petisso. Gli portava i biglietti per lo stadio. Andavamo insieme, in tribuna”.

E qui nacque il supertifoso Monti: il disk jockey invece quando ha acceso il suo primo microfono?

“Tutta colpa di Radio Luxemburg, sì una radio straniera, sconosciuta che io ascoltavo la notte. Mi piacevano quelle voci cupe e impostate che lanciavano dischi in una lingua straniera. Fu lì che iniziai a innamorarmi dei Led Zeppelin, degli Stones… Poi nel 1975, sul giornale ecco l’annuncio: ‘Cercasi voce per radio privata’. Presentai una cassetta mixata da me, con stacchi di voce che se mi risento oggi fanno paura”. Gianfranco Monti, l’artista racconta il suo lungo percorso